Il vischio: una pianta… da baciare!

Bentornati nella mia Foresta Incanta!
Oggi, come le scorse due settimane, ho deciso di dedicare il post di “Ambiente & Natura” a uno dei simboli del Natale, ovvero il vischio.
In questo periodo, si usa appendere i rametti di questa particolare pianta sull’uscio di casa, ma forse pochi di voi conosceranno la simbologia, la storia e le proprietà che contraddistinguono il vischio. Ebbene sono qui per questo =P Il vischio è una pianta emiparassita e sempreverde, che ama vivere sui rami degli alberi, prediligendo il pino silvestre, il melo, il pero e la quercia. La sua presenza si nota più facilmente durante il periodo invernale, per via della perdita del fogliame da parte degli alberi che lo ospitano.

La tradizione vuole che il vischio non vada mai raccolto con le mani, soprattutto con la sinistra, poiché in tal modo di attirerebbe su di sé la malasorte. E allora come si può raccogliere questa pianta, che spesso si trova in punti alti e scomodi? I nostri antenati si servivano di un lungo bastone, battendo i rami dell’albero che lo ospitava, finché un timido ramoscello non si degnava di volare giù, ma attenzione! Non doveva toccare terra, bisognava prenderlo direttamente con la mano. E se il bastone non funzionava, si tentava con una freccia: a mali estremi, estremi rimedi! Bisognava inoltre raccoglierlo solo durante i due solstizi. Insomma, si trattava di un rituale alquanto complicato, non trovate? Ma non finisce qui. Tutti conoscerete senz’altro l’usanza di baciarsi sotto il vischio; un tempo si diceva che chi passava sotto un cespo di vischio in dolce compagnia si dovesse dare un bacio. Se una ragazza non riceveva questo piccolo pegno d’amore non si sarebbe sposata nell’anno successivo. Un’altra credenza era quella di bruciare nel camino il mazzo di vischio che aveva addobbato la casa durante le feste entro il 6 gennaio, per scongiurare il rischio di rimanere zitelle. Si credeva inoltre che il vischio potesse essere utile a trovare l’oro, e che si illuminasse di notte, facendo luce ai viaggiatori.

Tutte queste usanze derivano dalle antiche credenze riguardo questa magica pianta, in particolar modo ci giungono dai Celti (sempre loro, sì), che consideravano il vischio una pianta magica, misteriosa e divina, poiché non poggia le sue radici a terra. Essa infatti, come già accennato, cresce come parassita sui rami degli alberi, ha dunque radici aeree. Si credeva che nascesse lì dove si era posata la folgore divina, divenendo dunque simbolo di immortalità e rigenerazione. Il vischio era sacro ai Druidi, ma solo quello che cresceva sul rovere, poiché questo albero spesso veniva colpito dalla folgore, che ritenevano una manifestazione divina. 
La sacralità del vischio però non era una credenza esclusiva dei Celti, ma anche di popoli di altre parti del mondo; in Giappone viene considerato ancora oggi una potente medicina in grado di guarire ogni malanno, mentre in Africa si venera una specie di vischio, che viene portato come talismano. La natura solare del vischio, la sua nascita dal Cielo e il suo legame con i solstizi hanno infine ispirato ai cristiani il simbolo del Cristo, luce del mondo e nato misteriosamente. Dalle foglie del vischio si ricavano infusi, ma le bacche sono velenose per l’uomo. In fitoterapia questa pianta viene utilizzata per le sue proprietà diuretiche, antispasmodiche, antinfiammatorie ed è efficacie contro l’ipertensione arteriosa. E’ bene però non utilizzare da soli questa pianta, ma consultare un’erborista, poiché l’uso sbagliato del vischio potrebbe portare ad avvelenamento. Detto questo, non mi resta che augurarvi Buone Feste, e non fate mancare il vischio sull’uscio di casa vostra, mi raccomando! 😉

Fonti: – “Florario – Miti, leggende e simboli di fiori e piante”, Alfredo Cattabiani – http://www.riza.it/benessere/erbe-e-fitoterapia/2348/il-vischio-una-pianta-dalle-molte-virtu.html

A presto!
 
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La renna: tra simboli e realtà

Bentornati nella mia Foresta Incanta!
Come state? L’atmosfera natalizia vi ha raggiunti? Oggi, come la scorsa settimana, ho deciso di dedicare il post di “Ambiente & Natura” a uno dei simboli del Natale, e cioè la renna.
Quando arriva questo periodo dell’anno, la vostra Mirial si identifica sempre con la famosa renna di Babbo Natale, Rudolph, che ha il naso rosso e luminoso. Perché? Be’, semplice: con il freddo il mio naso diventa sempre di un bel rosso acceso, tanto da sembrare una lampadina XD e così amici e parenti mi chiamano Rudolph, proprio come la renna!
Ma andiamo adesso a conoscere questo splendido animale =)
 
La renna è un mammifero della famiglia dei cervidi che abita nelle zone artiche e subartiche, al freddo e al gelo insomma! Non per niente, quando si parla di renne, nella nostra mente si delineano immagini di ampi spazi innevati, nonché di slitte e tanto, tanto freddo. I palchi sono presenti sia nel genere maschile che in quello femminile, a differenza di altri cervidi, in cui sono presenti solo negli esemplari maschi, tuttavia una volta all’anno le renne perdono i loro palchi, che poi ricrescono dopo poco tempo.
Nelle culture nordiche, la renna assume un significato simbolico particolare. Si pensa infatti che a questo animale spetti il compito di condurre le anime dei defunti nell’aldilà.
La renna è un animale molto antico, che ha da sempre rapporti con l’uomo. Fin dalla preistoria, come testimoniano le pitture rupestri, la renna fu utilizzata dall’uomo come fonte di sostentamento, non solo per la sua carne (ahimè), ma anche per il suo latte. Attualmente, le popolazioni nordiche allevano le renne anche per usarle come traino per le slitte. E qui ci avviciniamo al genere di renna che immaginiamo noi.
La notte tra il 24 e il 25 dicembre, Babbo Natale in persona parte con le sue magnifiche renne per portare i doni a tutti i bambini del mondo, o almeno questo è ciò che ci è sempre stato raccontato =P La simbologia delle renne legata al Natale è nata agli inizi dell’Ottocento, lo sapevate? In una poesia intitolata “A visit from St Nicholas” comparvero per la prima volta le renne di Babbo Natale, quelle che tutti noi oggi conosciamo e vediamo stampate su ogni cartellone pubblicitario, su carte regalo e decori natalizi. La più giovane del gruppo è proprio Rudolph, la renna dal naso rosso, unitasi alle altre otto solo una sessantina di anni fa. Babbo Natale l’ha assunta per porla davanti a tutte le altre: visto il suo naso luminoso, Rudolph illumina il cammino delle sue compagne, un ruolo onorevole insomma!
Spero di avervi raccontato qualche aneddoto carino e di avervi fatto scoprire qualcosa in più su questi bellissimi animali =)
A presto!
 

Abete di ieri, Abete di oggi

Bentornati nella mia Foresta Incantata!
L’aria natalizia inizia a farsi sentire, e sebbene io non abbia preparato nulla di speciale per voi, ho deciso di dedicare questa e le prossime due puntate di “Ambiente & Natura” ai simboli del Natale che tutti noi conosciamo. Quest’oggi voglio parlarvi dell’Abete, spero che il mio post possa intrigarvi così come ha fatto quello del Castagno, che ho pubblicato qualche settimana fa.
Tutti lo sanno, l’Abete, elegante e longilineo, è il simbolo indiscusso della festività più attesa dell’anno. Ma quanto sappiamo di questo albero così meraviglioso ed antico?
 
Come spesso accade, le nostre tradizioni più radicate provengono da credenze molto antiche, nate ancor prima dell’avvento del Cristianesimo.
L’Abete rappresenta la lettera “A” dell’alfabeto Ogham, usato dai druidi presso i Celti. Come molti di voi sapranno, in questo particolarissimo alfabeto ogni lettera prende il nome da un albero o da un arbusto. I Celti avevano un legame profondo con la Natura, e consacrarono questo conosciutissimo albero alla festività di Yule, che veniva celebrata il 21 dicembre, giorno del Solstizio d’Inverno. Yule, come ho avuto modo di raccontarvi altre volte, è la festa della nascita del Fanciullo Divino, il Sole, che a partire da questa data rinasce e prevale sulle tenebre. Niente di così lontano dalla tradizione cristiana, non trovate? In questo periodo dell’anno i Celti si preparavano ad abbattere l’Abete più grande del bosco, per bruciarlo rendendo così omaggio al dio della luce.
Anche presso gli antichi Egizi l’Abete era considerato simbolo della Natività. In Grecia invece era sacro alla dea Artemide, protettrice delle nascite, ma anche a Poseidone, dio del mare, poiché dal suo tronco si ricavavano gli alberi delle navi.
Fra le popolazioni dell’Asia settentrionale, l’Abete è considerato un Albero Cosmico.
Questo Albero, antico quasi quanto il mondo, ha una forma conica eretta; ogni anno l’Abete mette una nuova cerchia di rami, e se lo si guarda dall’alto verso il basso si avrà l’impressione di vedere un enorme fiocco di neve. Quando nasce un Abete, esso cresce sotto l’ombra dell’Abete madre, colui che lo ha generato. Questo rapporto familiare permette al giovane albero di crescere sano e forte, protetto dal genitore.
Tutti noi conosciamo i benefici di questo bellissimo albero: la sua resina, nonché i suoi aghi, germogli e gemme, sono utili a curare la gotta, i reumatismi, le bronchiti e tutte le infezioni del cavo orale. Le gemme sono molto usate anche oggi per lenire la tosse. In passato dall’Abete venivano estratte quattro sostanze importantissime per la civiltà umana: la pece, il catrame, la resina e la trementina. Esse servivano per impermeabilizzare tutti i tipi di legno, nonché come carburante per le lampade ad olio.
Come tutti i sempreverdi, l’Abete ha sempre avuto un posto particolare nel cuore degli uomini, poiché in esso è riposta la speranza dell’arrivo della Primavera e della rinascita.
Un tempo si usava decorarlo con noci, mele, dolciumi, luci e sfere, simboli del cosmo, di fertilità, prosperità e interiorità.
Voi avete già addobbato il vostro Albero di Natale? Cosa avete appeso ai suoi rami?

Fonti:
– “Iniziazione ai culti celtici“, Daniela Bortoluzzi e Ada Pavan Russo, Edizioni Mediterranee
– “Florario – Miti, leggende e simboli di fiori e piante“, Alfredo Cattabiani, Oscar Mondadori
– “Lo Spirito degli Alberi – Una chiave per la vostra espansione“, Fred Hageneder, Edizioni Crisalide

Un generoso re del bosco: il Castagno!

Bentornate nella mia Foresta Incantata, creature del bosco!
Quest’oggi ho intenzione di farvi conoscere un albero, un Signor Albero a dire il vero: il Castagno, re del bosco!
Tutti voi conoscete i frutti che questo imponente abitante silvano ci dona ogni anno, ma forse pochi di voi lo conoscono personalmente, e allora eccolo qui:
Dalle mie parti se ne incontrano tantissimi, giovani e anziani. I tronchi dei Castagni più grandi sono dei veri capolavori dell’architettura boschiva, non passano certo inosservati con la loro imponenza! Il Castagno è infatti un albero dal tronco corto ma possente, con rami che si allargano in tutte le dimensioni, rendendo la sua chioma larga e voluminosa. Sapevate che quest’albero veniva associato a Zeus proprio per la sua possenza? E così anche i suoi deliziosi frutti erano chiamate “ghiande di Zeus”. 
Originario dell’Iran, si adatta facilmente ad ogni regione del nostro continente e, pensate, può raggiungere i trenta metri di altezza, i quindici di circonferenza e i mille anni di vita! Capirete dunque che albero speciale sia. Il Castagno raggiunge il suo splendore vegetativo intorno ai cinquant’anni, e fruttifica solo dopo i quindici.
Talvolta il suo tronco diventa cavo, ma non per questo il re Castagno si lascia sopraffare dagli elementi! Continua a crescere con tenacia e imponenza, ospitando tra i suoi spettacolari cunicoli animali, piantine e muschi.
Celebre esempio è il Castagno dei cento cavalli, che si trova sulle pendici dell’Etna. L’albero è chiamato così perchè la leggenda vuole che nel XVI secolo Giovanna d’Aragona trovò riparo da un temporale sotto le sue fronde con tutto il suo seguito, composto da cento cavalieri con i loro rispettivi cavalli. Il tronco principale di questo famoso Castagno è bruciato nel 1923, ma nonostante ciò l’albero appare ancora oggi gigantesco: ha una circonferenza complessiva di quasi 50 metri! I botanici che lo hanno studiato sostengono che abbia più di duemila anni, forse addirittura quattromila, pensate un po’ quanto antico e venerabile sia.
Del Castagno non si butta via niente! Il legno, forte e robusto, è stato usato spesso enll’edilizia per creare strutture portanti, veniva usato per fabbricare botti, mobili e accessori. Le foglie invece, raccolte in estate, forniscono rimedio a disturbi delle vie respiratorie, come la tosse, oppure a chi soffre di diarrea, emorroidi o presenta disturbi circolatori agli arti inferiori.
Che dire poi dei suoi frutti? Nutrienti e versatili, sono state usate fin dall’antichità nella nostra alimentazione, tant’è che i nostri antenati Romani la usavano abbondantemente, e nel Medioevo entrò a far parte della dieta grazie alla farina che se ne ricava, ma anche grazie alle sue proprietà, che la rendono sostitutiva dei legumi nelle zuppe e nelle minestre.
Insomma, il Castagno è un vero re dei boschi, paterno e generoso!

Gufiamo un po’!

Bentornate nella mia Foresta Incantata, creature del bosco!
Qualche settimana fa vi ho condotti nel folto degli alberi per farvi conoscere un po’ più da vicino il lupo (per chi si fosse perso il post e ha intenzione di leggerlo, potete cliccare sul seguente link: Il lupo, un tassello fondamentale per l’ecosistema), questa volta invece vi chiedo di alzare lo sguardo per scrutare il cielo notturno alla ricerca di creature silenziose e misteriose: i gufi!
 
I rapaci notturni appartenenti all’ordine degli strigidi sono stati per lunghissimo tempo protagonisti di leggende e credenze popolari. Essendo animali notturni, evocano spesso immagini di morte e malaugurio. Dal greco “stryx, strygòs“, che significa barbagianni, deriverebbe anche la parola strega, che come tutti noi sappiamo aveva un’accezione negativa. La negatività che avvolge queste creature legate alla notte è rimasta anche nel nostro linguaggio moderno, tant’è che il termine “gufare” significa proprio “portare sfortuna“. Tra le superstizioni più diffuse, c’è quella del verso del barbagianni, che, si dice, sia di pessimo auspicio. Ritrovarsi una civetta sul tetto di casa poi, significa sciagura incombente per un familiare. 
Le superstizioni, si sa, nascono dall’ignoranza, dal bisogno di spiegare ciò che non si conosce, e il buio, del quale i rapaci notturni fanno il loro regno indiscusso, ha sempre suscitato nell’uomo timore e paura. Ma oggi voglio mostrarvi la vita di queste splendide e temute creature, così utili all’uomo e alla natura. 
Prendiamo per esempio il barbagianni. Ne avete mai visto uno? Io sì, e vi assicuro che dal vivo sanno essere terribilmente affascinanti. Credo di non aver mai visto volo più elegante e silenzioso di quello del barbagianni! Eppure questa meravigliosa creatura in tempi antichi era considerata portatrice di sfortuna, associata al male e all’aldilà per via del suo piumaggio bianco cadaverico, ma non solo. Il barbagianni ha l’abitudine di cacciare nei pressi di cimiteri, data l’abbondanza di topi, dei quali si nutre con ghiottoneria. Ed ecco svelato dunque il perchè di tante maldicenze. In pochi però sapranno che questo bellissimo rapace è molto utile per l’uomo, soprattutto per chi pratica l’agricoltura: avere un barbagianni nel proprio granaio infatti assicura al contadino una campagna pulita e priva di topi, ratti, arvicole, toporagni e talpe, animaletti di cui il rapace si nutre e che sono estremamente dannosi per le colture! Pensate, sono in grado di catturare più di 20 piccole prede per ogni notte. Ed è per questo motivo che, fortunatamente, alcuni contadini incoraggiano i barbagianni ad abitare nei pressi dei loro terreni, offrendo loro dei siti per la nidificazione.
Stessa sorte tocca alla simpaticissima civetta, associata come detto poco sopra alla morte. Eppure ai tempi dei Greci era sacra alla dea Atena ed era simbolo di saggezza e fortuna! Questo piccolo rapace, come il cugino barbagianni, è utile all’uomo e all’agricoltura, poichè anch’ella si nutre di piccoli roditori e di insetti potenzialmente dannosi.
Che dire poi del gufo reale? E’ il più grande rapace notturno di tutta l’Europa ed essendo un superpredatore è in cima alla piramide alimentare dell’ecosistema silvano, ma purtroppo per colpa nostra (e di chi sennò?) questa specie sta riscontrando molte difficoltà nel sopravvivere. 
Per secoli l’uomo lo ha cacciato perchè lo riteneva dannoso per le pratiche venatorie (si nutre infatti di lepri, conigli, volpi, cuccioli di cervi, galli e fagiani), e anche ora che è ritenuto una specie protetta non è del tutto al sicuro dalle grinfie del suo peggior nemico a due zampe… Uno dei pericoli pià frequenti per il gufo reale infatti, è quello di imbattersi nei cavi sospesi dell’alta tensione durante la sua caccia notturna e urtarvi contro rovinosamente. Ma non è finita qui. Il gufo reale è un rapace grande, possente, ma è un grande timidone; per questo ed altri motivi, per sopravvivere ha bisogno di ampi spazi boschivi lontani dagli insediamenti umani. In genere, solo grandi e indisturbati spazi possono fornire a questo rapace una fonte di cibo sufficiente e sicura. Capirete bene dunque, che per un gufo reale sia diventato difficile vivere nei nostri sovraffollati tempi moderni, dove c’è sempre meno spazio per i boschi e sempre più cemento.
Ho preso in esempio i tre fra i più famosi rapaci notturni, ma in ogni caso quello che ho detto per il barbagianni, la civetta e il gufo reale vale per tutti. Questi predatori sono anche grandi indicatori della qualità ambientale, vale a dire che risentono fortemente del nostro inquinamento e lo rifuggono, insediandosi in luoghi puliti e incontaminati, per quanto possibile. 
Non ci resta dunque che sperare in un futuro più pulito, un motivo in più per assumere nel nostro piccolo tutti quei piccoli accorgimenti che possono aiutare il nostro pianeta ad essere un posto migliore per noi e per tutte le creature che lo abitano.
 
Fonti:
 

Il lupo: un tassello fondamentale per l’ecosistema

Bentornate nella mia Foresta Incantata, creature del bosco!
Oggi voglio inoltrarmi con voi nel folto degli alberi, per parlare di alcuni argomenti che mi stanno molto a cuore. Per scrivere questo post mi ispirerò al libro di Marco Albino Ferrari, “La via del lupo”, di cui trovate la mia recensione qui.
 
Saprete tutti che è stata riaperta la stagione venatoria, come di consueto in questo periodo dell’anno. Grazie al libro di Marco Albino Ferrari ho avuto modo di rilfettere molto sulla caccia e su tutto ciò che ad essa è correlato, riflessioni che mi hanno spinto a condividere i miei pensieri con voi qui sul blog.
La via del lupo“, come ho già avuto modo di dirvi precedentemente, è un saggio un po’ particolare e fuori dal comune; l’autore ripercorre i sentieri battuti dai lupi dall’Appennino alle Alpi e passo dopo passo ricostruisce così anche la storia di questo meraviglioso e formidabile cacciatore. Quello che apprendiamo dalle pagine di questo saggio, è l’importanza del lupo all’interno dell’ecosistema naturale, ma non solo: Marco Albino Ferrari ci permette di avere una visione più ampia delle cose, introducendoci anche a discorsi quali la caccia e gli interessi dell’uomo, il quale pur di giungere ai propri scopi è disposto a distruggere le catene alimentari esistenti in Natura, con gravi danni non solo per gli animali, ma anche per l’uomo stesso.
Il lupo, da sempre considerato pericoloso, aggressivo e dannoso, è divenuto l’antagonista per eccellenza delle favole per bambini. E’ stato cacciato crudelmente per secoli dall’uomo, che lo ha quasi estinto pur di eliminare per sempre la minaccia alle greggi dei pastori e pur di limitare l’aggressione da parte di questi predatori selvaggi. Ancora oggi in molti considerano per ignoranza il lupo una minaccia, ma in realtà non ci rendiamo conto di quanto esso sia fondamentale all’interno dell’ecosistema naturale. Questo animale, lontano parente del nostro cane domestico, abitando le montagne italiane ed europee regolava la popolazione di caprioli ed ungulati, che oggi abbondano nelle nostre foreste. 
Questi bellissimi animali, seppur innocui, finiscono per rovinare la flora boschiva, poichè si nutrono della corteccia degli alberi e della vegetazione circostante. In questo modo, seppur indirettamente, l’uomo sta distruggendo boschi e foreste, ma qual è la soluzione che spesso viene trovata a questo problema? Ovviamente la via più semplice è quella di uccidere i caprioli, i cervi e gli altri ungulati, provocando ulteriori stragi. Per riportare un equilibrio duraturo, sarebbe invece opportuno che l’uomo reintroducesse all’interno dei boschi un predatore in grado di cacciare gli erbivori che minano alla salute delle foreste, regolandone così la crescita. Ed è per questo che in alcune zone, come per esempio inScozia, si sta pensando alla reintroduzione del lupo, specie ormai protetta. Ma resta comunque il problema delle greggi, che rappresenterebbero una grande fonte di sopravvivenza per i lupi eventualmente reintrodotti.
Marco Albino Ferrari, a questo proposito, ha intervistato diversi pastori ed allevatori, per conoscerne i pareri. Sono rimasta sconcertata dall’ottusità di alcuni, che non intendono rinunciare alle loro comodità pur di mettere in salvo il proprio gregge lasciando il lupo libero di scorrazzare per le montagne. I pastori si dividono dunque in due categorie: c’è chi rispetta la natura del lupo, riconoscendone il diritto di vivere, e che si adegua alle nuove esigenze recintando con del filo elettrico la zona di pascolo degli animali, e c’è chi invece resta chiuso nella propria ottusità ed ignoranza, maledicendo i lupi e sostenendo che non è giusto che l’uomo debba stare così attento alle greggi quando da sempre le pecore sono state abituate a pascolare liberamente, senza il bisogno di una recinzione. Trovo del tutto egoista quest’ultimo ragionamento, poichè ritengo che ogni essere vivente su questa Terra condivida lo stesso diritto di vivere. In Svizzera addirittura, è stata approvata una legge che permette ai pastori di sbarazzarsi del lupo che devasta le proprie greggi se l’animale arriva ad uccidere un certo numero di capi di bestiame! Come può un lupo rendersi conto dell’illegalità delle sue azioni? L’uomo purtroppo tende ad umanizzare troppo gli animali, che agiscono solo per via dell’istinto e non rispondono alle leggi che noi stessi abbiamo dettato…
Come dicevo poco sopra, il lupo viene considerato ancora oggi come una minaccia per l’uomo. Forse alcuni non sanno che i lupi, come ogni altro animale, posseggono una memoria genetica: ogni lupo oggi esistente sa benissimo che l’uomo costituisce un grande pericolo per la loro specie, pertanto lo evita come la peste. E’ difficilissimo per l’uomo imbattersi in un lupo, neppure andandolo a cercare nelle foreste è così semplice vederlo, a differenza di quanto ci si potrebbe aspettare. Lo testimoniano facilmente libri quali “L’uomo che parlava con i lupi” di Shaun Ellis (di cui trovate la mia recensione qui) e “I Fantasmi della Foresta” di Ian Mc Allister, nonchè il già citato “La via del lupo“. E’ vero però che spesso alcuni lupi si sono spinti vicinissimi alle abitazioni umane, mossi dai morsi della fame, ma mai per attaccare l’uomo. Ne è un esempio il lupo che si appostava tutte le sere davanti alla macelleria di un paese, sapendo che il macellaio gettava via degli scarti di carne al termine della giornata lavorativa. Il povero lupo non faceva del male a nessuno, usciva allo scoperto solo a notte fonda per sgraffignare gli avanzi di carne, quando l’uomo non poteva accorgersi della sua presenza, ma un giorno qualcuno lo scoprì e lo uccise. E questo è solo uno dei tanti esempi di crudeltà che siamo in grado di attuare nei confronti di questi animali…
L’uomo spesso non pensa alle conseguenze delle proprie azioni e, con grande preoccupazione di biologi e scienziati, ha messo in atto un meccanismo che sarà difficile disinnescare. Il lupo infatti rischia l’estinzione non solo per i secoli di caccia che ha dovuto subire, ma anche per il fenomeno del randagismo, che aumenta sempre più nel corso degli anni. In che modo il randagismo può influire sulla sopravvivenza del lupo?
Parlavo poco sopra della memoria genetica dei lupi, che hanno imparato a stare lontani dall’uomo poichè pericoloso per la sopravvivenza della loro specie. Ma parliamo adesso della memoria genetica del nostro cane domestico, così abituato a convivere con l’uomo. Nel momento in cui il cane viene abbandonato, esso può andare incontro a molteplici destini, uno dei quali è quello di incrociare un lupo sulla sua strada. Può capitare che il lupo e il cane si incrocino, creando così un ibrido molto pericoloso, sia per la sopravvivenza della specie del lupo, sia per l’uomo. L’incrocio che si viene così a formare prende dal lupo l’aggressività e l’indole del cacciatore, e assume dal cane la sua abitudine ad avvicinarsi all’uomo. Marco Albino Ferrari testimonia e documenta di come in realtà le aggressioni passate avvenute da parte del lupo verso l’uomo siano in realtà dovute ad un incrocio; ad attaccare l’uomo dunque non è il predatore delle foreste per eccellenza, ma l’incrocio con il suo parente più stretto! Un motivo in più dunque per sterilizzare i propri cani e pensarci due volte prima di abbandonarli…
E con questo ritorniamo al discorso iniziale sulla caccia: sì, perchè dopo aver creato tutto questo scompiglio in mezzo alla foresta, l’uomo pensa di poter sistemare il tutto con un fucile e un colpo ben piazzato. Ed è così che vengono soppressi i cani, o i lupi che dir si voglia, considerati aggressivi. E il ciclo ricomincia… 
Essendo scomparso per lungo tempo dalle nostre montagne, il lupo non ha potuto neppure regolare la popolazione di cinghiali, animali che hanno ormai fatto delle nostre foreste il loro regno indiscusso. Ma il cinghiale che oggi vaga nei boschi altro non è che un incrocio creato secoli fa a scopi venatori! E ancora una volta c’è lo zampino dell’uomo, che vuole giocare nel ruolo di Dio, ma poi non sa come rimediare alle proprie scelleratezze. E allora si imbracciano i fucili per andare a stanare quei poveri animali che altra disgrazia non hanno avuto nella loro esistenza che nascere liberi. Esiste già abbastanza carne da macello sui banchi dei supermercati, esistono già abbastanza allevamenti, che producono carne in abbondanza per tutta la popolazione terrestre, senza il bisogno di attuare ogni anno questa mattanza di cinghiali, caprioli e animali selvatici vari per puro e semplice divertimento. Un tempo la caccia era sinonimo di sopravvivenza per l’uomo, oggi è divenuto un hobby spietato. Basterebbe solo reintrodurre il lupo sulle nostre montagne e imparare a convivere pacificamente con esso.

No al delfinario di Rimini

Bentornati nella mia Foresta Incantata!

Quest’oggi faccio uno strappo alla regola e, anzichè postarvi il consueto appuntamento con la rubrica “Il Gufo Postino”, ho deciso di passare ad argomenti più importanti ponendo alla vostra attenzione un argomento delicato, come avrete notato dal titolo del post.

Io ed Enrico del blog Protestaverde infatti, siamo incappati in una petizione online e abbiamo deciso di proporvela insieme anche qui, con la speranza di sensibilizzare i lettori a queste tematiche che spesso vengono ignorate dai più.

Troppo spesso l’uomo si macchia di un egoismo cieco, che lo porta ad utilizzare le risorse a propria disposizione in modo non solo sbagliato, ma soprattutto dannoso. Dannoso per chi? Per l’ambiente, per le persone che lo circondano e in taluni casi anche per le altre specie animali e vegetali che popolano il bellissimo pianeta su cui abitiamo. Ciò di cui vogliamo parlarvi oggi è quello che l’uomo, per scopi di lucro, perpetra nei confronti di uno degli animali più belli del pianeta: il delfino.

Fin dai tempi antichi, questo meraviglioso mammifero è stato protagonista di miti, culti e rappresentazioni. E’ opinione comune infatti che il delfino possegga una spiccata intelligenza, di gran lunga superiore a quella di molti altri abitanti dei mari e degli oceani, e per questa sua caratteristica può aggiudicarsi il vanto di migliore amico dell’uomo, dopo il cane.

Peccato però che l’uomo, anzichè ricambiare l’amicizia sincera e genuina del mammifero acquatico, lo sfrutti a proprio piacimento, senza curarsi della libertà che Madre Natura ha donato al delfino. Ed è così che nascono delfinari e parchi acquatici, posti in cui rinchiudere questi splendidi animali per farne fenomeni da baraccone. Anzichè nuotare libero nelle acque sconfinate del mare e dell’oceano, il delfino si ritrova così in uno spazio ristretto per le sue dimensioni e la sua natura, costretto a dover eseguire giochi e acrobazie fino allo sfinimento dinnanzi ad una folla che applaude impazzita allo spettacolo… 

Converrete anche voi che queste non sono condizioni “naturali” per un delfino, così come non lo sarebbero per qualsiasi altro essere vivente.

Ma il peggio non è ancora arrivato. Aggiungete a questo “quadretto” anche i maltrattamenti e le scarse cure igieniche e veterinarie. E qui veniamo al punto: qualche settimana fa, a causa di tutto ciò, quattro esemplari di delfini della specie “Tursiopis truncatus” sono stati trasferiti dal delfinario di Rimini all’acquario di Genova grazie al Corpo Forestale dello Stato, che aveva accertato le cattive condizioni in cui questi animali erano costretti a vivere: a Rimini infatti mancano il riparo dal calore del sole e dalla vista del pubblico, un adeguato sistema di raffreddamento e di pulizia dell’acqua, e in più le vasche che hanno contenuto questi mammiferi sono di dimensioni troppo ridotte per i movimenti dei delfini, non garantendo così la salute fisica e psichica degli animali. Come se tutto ciò non bastasse, a Rimini mancano anche le adeguate cure veterinarie e con esse le vasche che dovrebbero ospitare i delfini malati o le femmine in gravidanza o allattamento.

Insomma, la struttura di Rimini (come molte altre del resto) è una vera e propria prigione per questi animali.

Il delfinario di Rimini per ora è chiuso al pubblico, ma per quanto tempo ancora? Noi ci auguriamo per sempre. Per questo chiediamo il vostro aiuto, con la speranza che vogliate firmare la petizione che impedirà la riapertura del delfinario.

Forse qualcuno potrà pensare che questa struttura rappresentava un vanto per i cittadini, che ne ricavavano turismo, ma noi vi diciamo: che vanto c’è nel tenere in tali condizioni queste creature per diletto?

L’uomo, a differenza di quanto possa pensare, non ha alcun diritto di violare la libertà degli altri esseri viventi al solo scopo di guadagnare denaro. I delfini sono animali meravigliosi, destinati a nuotare liberi e veloci nel blu immenso di una distesa d’acqua, e non costretti a sguazzare in una piscina solo per il sollazzo e il guadagno dell’essere umano. Io ed Enrico ci auguriamo che l’eventuale chiusura definitiva del delfinario di Rimini sia la prima di una lunga serie.

Detto questo, vi lasciamo qui sotto il link della petizione online che entrambi abbiamo firmato, con la speranza che vogliate dare anche voi il vostro piccolo contributo, perchè in fondo ognuno di noi è una goccia nell’oceano, ma se non esistessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno…

Firmare è molto semplice, dovete cliccare sulla foto che vedete qua sotto e verrete indirizzati sulla pagina della raccolta firme, dove dovrete semplicemente indicare il vostro nominativo accompagnato da un indirizzo e-mail.

Per impedire la riapertura del delfinario di RiminiFino a questo momento, oltre 10.000 persone hanno contribuito alla causa. Ricordate, l’unione fa la forza!