Il mio primo tentativo di olio su tela: "La Ragazza con l’orecchino di perla" di Vermeer

Buonasera a tutti!
Dato che mi sono accorta di non aver più pubblicato post sotto l’etichetta “I miei attacchi d’arte”, ho deciso di proporvi un quadretto di mia realizzazione…
Si tratta della copia del celebre quadro di Johannes Vermeer, e cioè “La ragazza con l’orecchino di perla“, opera dalla quale sono stati tratti un libro e un film.
Vi presento, dunque, l’opera dipinta di mia mano:

Era il mio primo approccio con la tela e con i colori ad olio, l’ho terminato a marzo. Non è venuto esattamente come avrebbe dovuto, ma tutto sommato non mi posso lamentare del risultato.
L’ho realizzato su una tela di cotone preparata industrialmente di dimensioni 30×40. 
Già che ci sono, vi fornisco due notizie riguardo il dipinto. 
L’opera fu realizzata tra il 1665 e il 1666. Sembra sia stato lo stesso Vermeer a chiedere alla modella di voltare il capo più volte e lentamente durante la posa, tenendo socchiuse le labbra per produrre l’effetto voluto, e cioè quello di una ragazza dall’espressione estatica, languida ed ammaliante. L’orecchino di perla che la modella indossa cattura tutta l’attenzione dello spettatore; sebbene la ragazza sembri essere di condizione sociale modesta, tale monile era all’epoca prerogativa delle dame aristocratiche dell’alta borghesia. La perla è disegnata utilizzando solo due pennellate a forma di goccia separate l’una dall’altra, è l’occhio umano che ha l’illusione di vedere la perla intera.

Per quanto riguarda il libro, ha il medesimo titolo del dipinto ed è stato scritto da Tracy Chevalier. Dal romanzo è stato tratto anche il film, che ha come attrice protagonista Scarlett Johansson, eccovi la locandina:

Spero che l’insolito post sia stato di vostro gradimento, a presto!
Mirial
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Non lo tollero!

Buona sera a tutti! (o forse sarebbe più appropriato dire buona notte… o ancora buon giorno, vista l’ora)
Perdonate l’orario un po’ insolito per un post, ma in questo periodo tutte le ore diurne sono occupate fino all’ultimo secondo dallo studio intenso. Sì, perchè si avvicina inesorabilmente l’autunno e con esso anche gli esami universitari e poi le lezioni. E’ proprio tempo di tirarsi su le maniche e iniziare a sudare per ottenere qualche buon risultato. C’è chi riprende il lavoro dopo le ferie, chi si prepara a rientrare a scuola (che brutti ricordi!) e chi, come me, studia per qualche esame solitario, ma comunque impegnativo. 
Visto e considerato che studio Conservazione e Restauro dei Beni Culturali non posso proprio evitare di dedicare un post a un ‘incidente’ successo a Roma, più precisamente a Piazza Navona.
Come forse avrete avuto modi di sentire al telegiornale, un vandalo – perchè di questo si tratta – ha pensato bene di danneggiare la fontana del Moro disegnata dal Bernini. La stessa fontana era stata già sottoposta a restauri e le parti che sono state danneggiate, a quanto pare, non sarebbero originali. Tuttavia ciò non allevia la gravità del gesto dello scellerato, ripreso dalle telecamere e del quale si stanno cercando le tracce.
A mio parere l’atto vandalico in questione è gravissimo: non solo il furbacchione ha danneggiato un bene culturale, un’opera d’arte che tutti hanno il diritto di poter contemplare, ma ha anche calpestato senza alcun rispetto il lavoro dei restauratori che, credetemi, non è afatto lavoro da poco.  Non riesco proprio a tollerare questi atti vandalici insulsi, inutili e senza una spiegazione. Ma è solo il primo di una lunga serie di esempi simili. Simile sorte era toccata per esempio alla Pietà di Michelangelo, la quale venne colpita con ben 15 colpi di martello da un pazzo scriteriato! L’artefice? Un geologo australiano  considerato infermo mentale e ricoverato, in seguito alla vicenda, in un manicomio. Da quel momento l’opera è stata posta dietro un vetro, al fine di prevenire altre mutilazioni. Vi sembra giusto che per colpa di una testa calda la gente debba essere costretta a guardare l’opera da un punto di vista assolutamente non privilegiato? 
L’Italia è uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di opere d’arte… se questi atti vandalici si ripresentano di tanto in tanto forse sarebbe meglio sorvegliare con più costanza il nostro patrimonio, perchè è esso che caratterizza non solo la nostra nazione, ma anche la nostra identità italiana, la nostra storia e la nostra cultura ed è da considerarsi un vanto.

La mia prima opera pittorica: Nascita di Venere di Botticelli

Oggi vi presento passo passo la realizzazione di questo dipinto, fatto da me un anno fa:

L’ho realizzata con la tecnica della tempera all’uovo su tavola.
Ho preso una tavola di legno di piccole dimensioni. Vi ho steso sopra della colla di coniglio (vi assicuro che l’odore è davvero nauseabondo!) e vi ho incollato sopra una garza di quelle che si usano in campo medico. In seguito ho posto sul supporto più mani incrociate di gesso misto a colla di coniglio; questo strato costituisce la preparazione che riceverà il film pittorico. Ho poi preparato il disegno; in questo caso ho ricalcato l’immagine con un foglio da lucido, poi ho bucherellato con l’aiuto di uno spillo tutti i contorni della figura sul foglio trasparente, seguendo perfettamente tutti i tratti del disegno a matita. Ho preparato un piccolo tamponcino, costituito da uno straccio di cotone a trama abbastanza larga, vi ho posto dentro un po’ di pigmento naturale scuro (per esempio la terra d’ombra bruciata) e ho chiuso lo straccetto con un laccio a formare così un tamponcino costituito da un’estremità da usare come manico. Ho posto il foglio da lucido bucherellato sulla tavola di legno preparata, aiutadomi con del nastro adesivo per fare in modo che non si spostasse, poi ho preso il tamponcino è ho iniziato a tamponare e strofinare tutta la superficie, assicurandomi che la polverina contenuta nello straccio penetrasse bene attraverso i fori del foglio da lucido. Finito questo procedimento, lo spolvero era concluso. Ho tolto con cautela il foglio da lucido sporcato dal pigmento e in questo modo sono riuscita a trasportare la traccia del disegno che avevo ricalcato sulla tavola ricoperta di gesso. Ho unito tutti i puntini servendomi di un pennello intinto in un colore a tempera all’uovo (composto in questa fase da terra d’ombra naturale, albume d’uovo, essenza di trementina e olio di semi di lino). Ho iniziato anche a rendere le ombre e i contrasti chiaroscurali con lo stesso colore. Dopo aver terminato questo passaggio ho iniziato a stendere il colore vero e proprio. Sono partita dallo sfondo per poi cominciare con l’incarnato. Differentemente da quanto si possa pensare, il colore della pelle un tempo si otteneva ponendo nelle zone interessate del verde chiaro, piuttosto acido. Con vari passaggi successivi ci si avvicinava poi sempre di più al tono della pelle desiderato, ma è un processo che richiede veramente molto tempo e pazienza, e non è esattamente un gioco da ragazzi! Ho fatto moltissima fatica a cimentarmi con questa tecnica, l’ho trovata molto lontana da quello che credevo che fosse. 
Dopo aver finito con l’incarnato mi sono dedicata ai capelli. A opera finita ho steso su tutta la superficie pittorica due mani di vernice acrilica e ora il mio quadretto è appeso nel corridoio di casa =)
E’ stato interessante realizzare questa piccola opera, anche perchè ho seguito quasi con esattezza i procedimenti utilizzati nel 1300 dai pittori, tuttavia non lo rifarei. E’ stato un lavoro lunghissimo, faticoso ed esasperante per certi versi, preferisco di gran lunga la pittura ad olio su tela! Qesta tecnica però mi ha insegnato tanto devo dire, ha influenzato molto le mie opere successive.
Spero troviate interessante questo post =)

Alcuni dei miei disegni più vecchi

Ed ecco qui alcuni dei miei disegni:
Questi disegni sono semplici schizzi realizzati a matita. Quelle che vedete qui sopra sono tutte copie; in genere non invento mai, mi piace copiare, o meglio, imitare i disegni altrui, anche perchè non ho molta fantasia nell’inventare qualcosa di completamente nuovo. Nei disegni che copio però cerco sempre di mettere qualcosa di mio: non mi interessa tanto che la copia venga identica all’originale, l’importante è che se ne distingua per qualcosa, un colore, i tratti, la tecnica… 
Per molto tempo ho adorato lo stile manga, infatti disegnavo solo personaggi di fumetti. Ultimamente mi sto distaccando da questo genere, anzi, dedico veramente pochissimo tempo al disegno e mi cimento di più nella pittura, che mi soddisfa di più. Le prime due opere sono ‘acerbe’ rispetto alle ultime due. Risalgono al periodo delle superiori, quando ero ancora un’autodidatta disperata XD

Le altre sono invece più mature… beh, la differenza si vede proprio! 

Viandante sul mare di nebbia – Caspar David Friedrich

Voglio iniziare proponendovi una delle mie opere d’arte preferite. Il materiale qui di seguito potete studiarlo per un’interrogazione, utilizzarlo per una tesina – a questo proposito vi lascio al termine del post i siti internet da cui ho tratto tutto – oppure semplicemente leggerlo per svago =)



L’Ottocento, secolo che vede l’evoluzione e la crescita di Caspar David Friedrich, è come una pausa in un’atmosfera carica emotivamente, pausa che sussiste prima di riprendere con i tormenti, che caratterizzeranno successivamente le opere del Novecento. L’arte germanica, di cui il pittore è esponente, si allontana dalla tradizione formale. A differenza del Romanticismo inglese o francese, il Romanticismo tedesco è prevalentemente filosofico. E Friedrich, con le sue opere, dimostra di essere figlio del proprio tempo.
Solo da qualche anno Caspar David Friedrich viene riconosciuto anche al di fuori del suo paese, la Germania, come uno dei più straordinari paesaggisti della storia dell’Arte.
C.D. Friedrich e i romantici della sua cerchia contribuirono al superamento delle convenzioni classiche della pittura di paesaggio per avvicinarsi a una sua percezione più moderna e “soggettiva”, la cui unica e immutabile regola era la fedeltà al proprio sentire. Il viaggio verso l’interiorità aveva lo scopo di portare alla vera essenza del mondo, di condurre a una parallela ascensione verso la realtà nascosta al di là dell’apparenza. Il paesaggio, così, non era solo la trasfigurazione di un sentimento (o la sua trasposizione in immagini, come nella pittura preromantica di fine Settecento), ma la contemplazione di un’esperienza più profonda della natura, riflesso non solo dello stato d’animo ma di una condizione più nascosta e tragica dello spirito.
Il nuovo senso della natura del Romanticismo si esternò in Friedrich in un paesaggio simbolico dell’anima dell’artista, dai contenuti che trascendevano gli aspetti formali del dipinto; ossia in un vero atto contemplativo, quasi religioso, dell’immanenza dello spirito divino nella natura e del rapporto dell’uomo con l’assoluto.

BIOGRAFIA
Caspar David Friedrich nasce il 5 settembre 1774 a Greifswald, in Pomerania, sede di una delle più antiche università del Baltico. Il padre esercita la professione di venditore di saponi. Un evento drammatico segna ben presto la vita di tutta la famiglia: la madre muore quando Friedrich è ancora un bambino e ciò influirà sul suo inconscio.
Resta a Greifswald fino ai vent’anni, facendo suoi alcuni elementi del luogo, che verranno poi riproposti nei suoi dipinti. Un’altra dolorosa perdita segna la vita del pittore: nel 1787, mentre pattina sull’Elba gelato, il ghiaccio si spezza, mettendo in pericolo Friedrich. Suo fratello interviene, salvandolo, ma purtroppo affoga. Da qui molto probabilmente si originano le crisi depressive, la tendenza al suicidio ed un forte senso di malinconia.
Per quanto riguarda gli studi, impara a disegnare all’università di Greifswald. Studia pittura all’Accademia di Copenaghen, dove viene influenzato da Albigaard per quanto riguarda il gusto per i paesaggi in rovina e le tombe, e da Juel per quanto riguarda la rappresentazione paesaggistica che doveva essere intesa come un’unione tra la bellezza originaria e la manifestazione dell’Assoluto. Poi si trasferisce a Dresda, dove rimarrà fino alla morte (fatta eccezione per escursioni nella natura e ritorni alla città natale). Qui si dedica ulteriormente allo studio del disegno, attraverso la riproduzione di gessi ed in seguito di modelli, applicandosi inoltre all’incisione ed alla pittura a olio. Risente così tanto delle sue radici germaniche, che si rifiuta di fare il classico viaggio in Italia, sostenendo che la sua arte debba essere esclusivamente figlia del suo Paese. I temi preferiti dei suoi disegni sono chiari sin dall’inizio: navi, barche, piante, rovine e rocce. I suoi soggetti rispecchiano la sua anima:
«un uomo austero come un antico protestante, malinconico come chi da sempre non ha altra dimora che l’esilio, solitario per inettitudine al compromesso sociale e per vocazione»
 Con il suo viaggio all’isola di Rugen, nel Baltico, nascono i primi disegni di paesaggio. Si specializza nel disegno colorato seppia e riceve per due disegni il prestigioso premio di Weimar, che gli viene consegnato da Johann Wolfgang Goethe.  Muore il 7 maggio 1840 a Dresda.

ELEMENTI CARATTERISTICI DELLE OPERE
Il motto di Friedrich era: «Chiudi il tuo occhio fisico, al fine di vedere il tuo quadro con l’occhio dello spirito. Poi dai alla luce ciò che hai visto durante la notte, affinché la tua visione agisca su altri esseri dall’esterno verso l’interno.»
Friedrich delinea chiaramente i principali mezzi espressivi che utilizza nelle sue opere: sfrutta il rapporto antagonistico risolto tra il vicino ed il lontano e dà molta importanza alla posizione dell’uomo all’interno del paesaggio. L’essere umano ha un ruolo cruciale: incarna attese e domande esistenziali, ha il compito di interrogare il paesaggio in cui è collocato, cogliendo delle eventuali risposte e trasmettendole poi all’osservatore, assolvendo di conseguenza il ruolo di intermediario. Nonostante ciò, la pittura di Friedrich trascura quasi totalmente le dimensioni della figura umana. Infatti, nei suoi quadri si avverte semplicemente la presenza dell’uomo, ma è solo una sagoma. Nel dipinto Viandante sul mare di nebbia l’uomo è ben visibile, ma volge all’osservatore le spalle, trasmettendo di sé un’idea insignificante. Questa tela mostra il ruolo dell’uomo di fronte alla natura: egli è piccolo, ma questa immensità non lo distrugge, al contrario lo porta alla contemplazione. Tuttavia, il tema della natura è ancora distante dalla cultura europea. Infatti, Friedrich non la dipinge propriamente nei suoi capolavori, piuttosto la utilizza come simbolo. La natura è il luogo della contemplazione del divino in tutti i suoi aspetti e per questo è il luogo in cui l’uomo contempla sé stesso in senso filosofico, arrivando fino a Dio. Ciò che il pittore cerca di esprimere nei suoi paesaggi è un’atmosfera religiosa, ma allo stesso tempo di solenne malinconia. Il paesaggio appare più adatto ad evocare un sogno pensoso, un senso di benessere o di gioia per la realtà, alla quale si unisce da sola un’aggraziata nostalgia e fantasticheria. Introduce, nella luce e nell’ombra, la natura viva e quella morta, la neve e l’acqua, l’allegoria ed il simbolo. Per Friedrich, quindi, il contesto naturale è sublime perché esalta l’essere umano, permettendogli di unirsi al divino. Altro punto fondamentale nelle opere di Friedrich è il tema della morte. Questa viene intesa in senso positivo, in quanto è solo attraverso la morte che si arriva a rinascere, in Cristo, a vita nuova. È quindi vista come distruzione, ma solo da un punto di vista puramente fisico. Ecco perché l’insistenza sui tramonti, sulle figure umane ridotte a sagome nere contro la luce smorzata di un sole che tramonta. Bisogna notare anche una ripetuta «iconizzazione del paesaggio», ovvero «un procedimento che consiste nel sottoporre il mondo dei fatti a un ordine solenne ieratico da cui emana il pathos della distanza». Come si può osservare nella Croce in montagna o in Nebbia, Friedrich ottiene questo effetto scomponendo l’insieme spaziale in più piani e disponendo poi gli elementi dell’opera in modo simmetrico. In ogni tela non si vuole suscitare l’elaborazione di un giudizio riguardante il gusto o il valore, l’intento è quello di far percepire sentimenti ed emozioni che spaziano in vasti contesti: da un forte senso di fiducia all’angoscia, dal raccoglimento alla rappresentazione della disperazione pura. Ciò perchè Friedrich intendeva con l’osservazione dei suoi lavori innalzare lo spirito attraverso uno slancio religioso. Essi sono percepiti, infatti, come «metafore di una promessa di salvezza, (…) marchio ieratico di icone».

VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIA
È un dipinto ad olio su tela realizzato nel 1818 ed è forse il quadro più famoso del pittore. È esposto alla Kunsthalle di Amburgo.
Un uomo, un viandante solitario in atteggiamento riflessivo, è ritratto di spalle (questo rappresenta la parte inconscia e nascosta del suo animo) in una posa plastica ed è affacciato su un mare di nebbia che invade un paesaggio montagnoso. Pur essendo il centro focale, altro non si sa a parte la sua natura errabonda e solitaria. Il viandante, nell’iconologia cristiana, simboleggia la transitorietà della vita e insieme il suo destino ultraterreno, la nebbia fa riferimento agli errori della vita umana che vengono superati dalla fede cristiana – le rocce emergenti – la quale porta a Dio, la montagna. Ma il dipinto, aldilà di ogni svelamento simbolico-religioso, può essere inteso come il manifesto di tutto il primo Romanticismo: sembra rappresentare l’uomo solo, con i suoi errori, i suoi dubbi e le sue certezze, posto di fronte alla natura, al mondo, all’infinito.
L’uomo nel dipinto si regge ad un bastone: quelle sono le illusioni che l’uomo coltiva per vivere.
Non vi è vegetazione che crei angoli accoglienti. Le rocce sono nere e inospitali ed emergono dai fumi di una nebbia che sembra quasi il vapore che sprigiona la terra dal suo interno. Il paesaggio ha qualcosa di così arcaico che sembra di ammirare la Terra subito dopo la Creazione.
Considerato il dipinto più emblematico del romanticismo, è in grado di carpire l’estrema solitudine dell’uomo davanti all’immensità che sfugge alla materialità, che mai potrà essere compresa attraverso la ragione umana. L’uomo che ammira questo spettacolo ci dà il confronto tra la piccolezza della dimensione umana e la vastità dell’opera della natura. È notevole la posizione raggiunta da questo uomo: arrivato al limite delle sue possibilità, si trova ora di fronte alla visione dell’esperienza estrema. L’osservatore è lì, con il viandante:
il ricorso al punto di vista rialzato, all’altezza della testa del personaggio, favorisce l’identificazione dello spettatore, che è come se guardasse dall’alto, a mezz’aria, lo spettacolo della natura. L’osservatore dunque non può fare altro che condividere il punto di vista e lo stato d’animo dell’uomo ritratto nel dipinto. Percepisce la stessa realtà, vede ciò che il viandante vede, grazie ad un elaborato schema geometrico per cui la testa del personaggio accompagna lo sguardo in linea con il punto di vista esterno, pur occultando il paesaggio centrale. Traspare da quest’opera tutto il sentire proprio del XIX secolo: accanto al tema dell’infinito, accanto al tema dell’errabondo, Friedrich colloca un altro tipico elemento del Romanticismo, quale il sublime, ossia il senso della natura possente e smisurata che provoca meraviglia e sgomento di fronte all’immensità dell’universo. Quest’ultima è affermata anche a livello cromatico dallo stacco tonale tra il primo piano e lo sfondo. Il moto di slancio del protagonista verso l’orizzonte è espresso attraverso la configurazione piramidale degli elementi del primo piano, ripresa sullo sfondo dalla sagoma della montagna, il Rosenberg della Svizzera sassone. La posizione di spalle del protagonista, oltre ad essere innovativa, coinvolge immediatamente lo spettatore, proiettandolo nella sua stessa meditazione: l’uomo sta di fronte all’infinito come innanzi a qualcosa di assolutamente inaccessibile, ma a un tempo ne è affascinato, attratto. L’eroica solitudine dell’uomo davanti all’abisso nevoso fa di questo dipinto il manifesto dell’intero romanticismo tedesco: assorto nella contemplazione dell’infinito, di qualcosa che sta al di sopra della comprensione umana, egli acquista una grandezza tragica. Friedrich si fa nell’occasione interprete del pensiero dei filosofi romantici, per i quali l’esperienza della natura è la sola via per raggiungere Dio. Il vero filosofo, viaggiatore solitario, separato dal mondo e allo stesso tempo separato dalla natura, resta dunque estraneo a ogni comunità e, dall’ultimo avamposto del mondo, si confronta con l’indescrivibile visione dell’esperienza estrema. Lo stile è altamente innovativo, l’artista mira all’essenziale sgombrando la tela da tutto ciò che ritiene inutile. Ciò che più gli preme è rendere il momento magico in cui l’uomo, contemplando il paesaggio, ne diviene partecipe. La roccia ripida, la sagoma scura dell’uomo, l’indefinitezza del paesaggio nebbioso che ha davanti la vastità del cielo: ogni elemento è semplice eppure suggestivo.
Secondo una testimonianza, la figura del viandante rappresenterebbe uno scomparso amico del pittore e pertanto il dipinto vorrebbe esserne la commemorazione. 

SITOGRAFIA: