Fiabe dal Mondo # 11: Germania

Buona domenica a tutte voi, creature del  bosco!

Oggi è la prima domenica del mese, il giorno dedicato alle fiabe qui nella mia Foresta Incantata.

Il mio caro amico Menestrello torna a narrarvi una delle sue storie, questa volta tratta dal libro di fiabe dei fratelli Grimm. Mettetevi comodi dunque, e leggete insieme a lui questa storia.

 

C’era una volta una povera vedova, che viveva in una modesta casetta con le sue due bambine, Biancarosa e Rosella, così chiamate perché erano simili ai boccioli rossi e bianchi dei rosai che crescevano davanti a casa sua. Erano due bimbe buone, laboriose e gentili. Le due bambine si volevano molto bene, dicevano che non si sarebbero mai separate e che avrebbero sempre diviso fraternamente ogni cosa. Spesso si addentravano nella foresta a cercare fragole e mirtilli, ma gli animali feroci non facevano loro alcun male. Le lepri venivano a mangiare le foglie di cavolo che le bimbe porgevano loro, i caprioli pascolavano senza timori, le capre saltellavano intorno giocando, e gli uccellini rimanevano a gorgheggiare sui cespugli senza fuggire al loro avvicinarsi. Non capitava loro mai niente di male e, se indugiavano nella foresta e la notte le sorprendeva, si sdraiavano sul muschio e dormivano tranquille fino alla mattina dopo. La mamma non aveva alcun timore, pur sapendole sole nel bosco. 

Una volta, dopo aver trascorso la notte nella foresta, quando l’alba le svegliò videro una bella fanciulla vestita di un bianco abbagliante che stava seduta vicino al loro giaciglio. Ella s’alzò guardandole con amore e, senza dir nulla, rientrò nella foresta. Quando le bimbe si guardarono intorno, si accorsero che il luogo dove avevano dormito era sull’orlo di un precipizio, nel quale sarebbero certo precipitate se nel buio avessero fatto due passi di più. La mamma disse che l’apparizione che avevano veduta era, senza dubbio, uno degli angeli che proteggono i bambini buoni da ogni pericolo. 

Biancarosa e Rosella tenevano la loro casetta così pulita che era un vero piacere entrarvi. Ogni mattina, nell’estate, Rosella metteva prima in ordine la casa e poi coglieva un mazzolino di fiori per la mamma, e ci metteva sempre un bocciolo bianco e uno rosso che prendeva da ciascuno dei due rosai. Ogni mattina, nell’inverno, Biancarosa accendeva il fuoco e vi poneva sopra, piena d’acqua, la caffettiera, che, benché fosse di rame, splendeva come l’oro tanto era ben lucidata. La sera, quando cadevano i fiocchi di neve, la mamma diceva: “Biancarosa, và a chiudere la porta con il catenaccio” e poi si sedevano intorno al camino e la mamma si metteva gli occhiali per leggere un grosso libro a voce alta, mentre le bambine filavano. Accanto a loro stava accucciato un agnellino domestico e dietro, appollaiato sopra una pertica, c’era un piccioncino bianco, che dormiva con la testa sotto l’ala.

Una sera, mentre sedevano così pacificamente, si sentì un colpo alla porta, come se qualcuno volesse entrare. “La madre ordinò loro di aprire, pensando che fosse qualche viandante bisognoso di asilo, invece fu un orso grosso e grasso a fare capolino dalla porta. Rosella cacciò un grido e tornò indietro di corsa, l’agnellino belò, il piccione svolazzò sulla pertica e Biancarosa si nascose dietro il letto della mamma. L’orso, però, si mise a parlare e disse: “Non abbiate paura, non vi voglio fare del male, ma sono mezzo congelato e vorrei scaldarmi un poco.”

“Povero orso!” esclamò la mamma, “vieni dentro e sdraiati davanti al fuoco, ma stà attento a non bruciarti il pelo” e poi continuò: “Venite qui, Rosella e Biancarosa, non abbiate timore, l’orso non vi farà del male: vedete, le sue intenzioni sono buone.” 

Così esse si avvicinarono e pian piano anche l’agnello e il piccione dominarono la loro paura e fecero buona accoglienza al rude visitatore. 

L’orso si distese davanti al fuoco e fremeva dalla contentezza; a poco a poco le bambine presero tanta confidenza con lui da osare fargli degli scherzi: gli tiravano il pelo, gli mettevano i piedi sulla schiena, lo facevano rotolare avanti e indietro e arrivarono perfino a picchiarlo col battipanni, ridendo quando lui brontolava, ma l’orso sopportava serenamente tutti questi giochi.

Quando venne l’ora di andare a letto e le bimbe si coricarono, e l’ospite si sistemò vicino al camino per scaldarsi.

La mattina seguene l’orso se ne trotterellò via sopra la neve e ben presto prese l’abitudine di tornare alla capanna ogni sera alla stessa ora. Si sdraiava davanti al fuoco e lasciava che le bambine giocassero con lui finché volevano: a poco a poco esse si abituarono talmente alla sua presenza che non mettevano il catenaccio alla porta finché non era arrivato. Ma appena tornò la primavera e tutto era verde nella campagna, una mattina l’orso disse a Biancarosa che doveva lasciarla e non sarebbe tornato per tutta l’estate. 

“Dove vai, allora, caro orso?” chiese Biancarosa. 

“Sono costretto a stare nella foresta per custodire i miei tesori dai nani cattivi. Durante l’inverno essi se ne stanno rintanati nelle loro grotte e non possono uscire, ma ora che il sole ha riscaldato la terra, i nani scavano lunghe gallerie e rubano tutto quello che trovano. Ciò che è passato nelle loro mani e che essi nascondono nelle loro grotte non si può riavere facilmente.”

Biancarosa era molto triste per la partenza dell’orso, e gli aprì la porta così malvolentieri, che, quand’esso sgattaiolò dalla fessura, lasciò sulla maniglia un pezzetto di pelliccia: e nel buco prodottosi nel suo mantello parve a Biancarosa di intravedere un luccichio d’oro; ma non ne fu sicura. L’orso, pertanto, se n’andò in fretta, e fu presto nascosto dagli alberi. 

Poco tempo dopo, la mamma mandò le bimbe nel bosco a raccogliere legna e, mentre erano lì  s’imbatterono in un albero caduto attraverso al viottolo. Videro qualcosa tra l’erba che andava su e giù e non capirono dapprima che fosse: ma quando si furono avvicinate, videro un nano dalla faccia vecchia e grinzosa, e dalla candida barba lunga un metro. La punta di questa barba era incastrata in una fessura del tronco e l’omino saltava qua e là come un cane legato a catena, non sapendo come fare a liberarsi. Guardò le bambine con gli occhi fiammeggianti ed esclamò: “Che cosa fate lì senza muovervi? Non ve ne andrete senza aiutarmi, vero?” 

“Che cosa avete fatto, nonnino?” domandò Rosella. 

“Quanto sei sciocca e curiosa” esclamò quello, “volevo spaccare l’albero per fare legna per la mia cucina. Avevo messo il cuneo e tutto procedeva bene, quando esso è saltato via a un tratto e la spaccatura si è richiusa così presto che non ho fatto in tempo a tirare indietro la mia bella barba, e ora è presa lì dentro e non posso andarmene. Ecco! Non ridete, visi di cartapesta? Siete dunque rimaste incantate?” 

Le bambine riunirono i loro sforzi per tirare fuori la barba del nano, ma non vi riuscirono.

“Corro a cercare aiuto” gridò Rosella alla fine. 

“Sei un cervello sciocco e una testa bacata” gridò il nano “Che bisogno c’è di chiamare altra gente? Voi due siete anche di troppo per me; non potete trovare altro rimedio?” 

“Non vi spazientite,” replicò Biancarosa “ho pensato a qualcosa” e, tirando fuori dalla tasca le sue forbicine, tagliò la punta della barba.

Appena il nano si sentì libero, afferrò il suo sacco, che era nascosto fra le radici dell’albero ed era pieno d’oro. Ma si guardò bene dal mostrarsi riconoscente: si gettò sulle spalle la bisaccia e se ne andò con aria corrucciata, brontolando e gridando: “Stupide, tagliare un pezzo della mia barba!” 

Un po’ di tempo dopo, Biancarosa e Rosella se n’andarono a pescare; quando si avvicinarono allo stagno, videro qualcosa che sembrava una grossa cavalletta e che saltellava sulla riva come se stesse per balzare nell’acqua. Corsero a vedere e riconobbero il nano. 

“Che cosa state facendo?” domandò Rosella. “Cadrete nell’acqua!” 

“Non sono tanto scemo,” rispose il nano “ma non vedete che questo pesce mi ci tira dentro!” 

Il nano stava pescando e il vento aveva imbrogliato la sua barba col filo della lenza in modo che, quando un grosso pesce aveva abboccato all’amo, le forze del piccolo essere non erano più state sufficienti a tirarlo su e il pesce era sul punto di avere la meglio nella lotta. Il nano si aggrappava ai salici e ai cespugli che crescevano sulla riva, ma anche questo non serviva. Per fortuna le due fanciulle arrivarono in tempo e cercarono di liberare la barba del nano dal filo della lenza; ma essa si era talmente attorcigliata che non fu più possibile sciogliere quell’intrico. Biancarosa tirò fuori le forbici una volta ancora e tagliò un altro pezzo di barba. Quando il nano se ne accorse, montò su tutte le furie ed esclamò: “Sciocche! E’ questa la maniera di sfigurarmi? Non vi bastava tagliarmela una volta, ora dovete anche togliermene la parte migliore? Non avrò più il coraggio di farmi vedere dalla mia gente. Sarebbe stato meglio che vi fossero andate via le suole dalle scarpe prima di arrivare qui!” Ciò dicendo, sollevò un sacco di perle che stava fra i cespugli e, senza aggiungere parola, scivolò via e sparì dietro una pietra.

Non molto tempo dopo quest’avventura, la mamma di Rosella e Biancarosa ebbe bisogno di filo, aghi, spilli, merletti e nastri, e mandò le figliole a comprarli nella città più vicina. La strada passava per una zona dove numerosi massi erano disseminati qua e là, ed esse scorsero, proprio al disopra delle loro teste, un grande uccello che volava a spirale abbassandosi via via finché, a un tratto, piombò dietro a uno di quei massi. Udirono subito un grido lacerante e, correndo, videro con orrore che l’aquila aveva afferrato il loro vecchio conoscente, il nano, e cercava di portarlo via. Le bimbe compassionevoli lo afferrarono a loro volta e lo tennero forte finché l’uccello rinunciò a lottare e se ne volò via. Però, appena il nano si riebbe dalla paura, esclamò con la sua vocetta acuta: “Non potevate tenermi con più garbo? Avete afferrato la mia giacca marrone in modo tale che è tutta strappata e piena di buchi. Ficcanaso e pettegole che non siete altro!” Con queste parole si caricò sulle spalle un sacco pieno di pietre preziose e scivolò nella sua grotta fra le rocce. Le ragazze ormai erano abituate all’ingratitudine del nano e seguitarono la loro strada fino alla città, dove fecero le loro compere. Tornando a casa ripassarono da quella località e, senza accorgersene, attraversarono una radura sulla quale il nano, pensando d’essere solo, aveva sparso le pietre preziose del suo sacco. Il sole brillava e le pietre luccicavano rifrangendo i suoi raggi: c’era una tale varietà di colori che le bambine si fermarono ad ammirarli stupite. “Che cosa state a fare lì a bocca aperta?” domandò il nano, mentre il viso gli diventava paonazzo per la rabbia. Continuava a gridare improperi contro le povere fanciulle, quando si udì un ringhio e un grande orso nero venne fuori pesantemente dalla foresta. Il nano diede un balzo, terrorizzato, ma non fece in tempo a rientrare nel suo antro prima che l’orso lo raggiungesse. Allora gridò:

“Risparmiami, caro signor orso, ti darò tutti i miei tesori, e anche queste pietre preziose. Concedimi la vita: che puoi temere da un piccolo essere come me? Non mi sentiresti nemmeno fra le tue zanne. Qui ci sono due bambine cattive, due teneri bocconcini, grasse come quaglie: mangia loro!”

L’orso però, senza darsi la pena di parlare, dette una zampata a quel nano senza cuore, che non si mosse più. Le bambine stavano per fuggire, ma l’orso le chiamò: “Biancarosa, Rosella, non temete, aspettatemi che vi accompagno!” Esse riconobbero allora la voce del loro amico e si fermarono rassicurate. Ma quando l’orso arrivò loro vicino, il suo mantello gli cadde di dosso e apparve uno splendido giovanetto, vestito tutto d’oro. 

“Sono il figlio di un re,” disse, “ed ero stregato da quel nano cattivo che aveva rubato tutti i miei tesori, condannandomi a errare in questa foresta sotto forma di orso finché la sua morte non mi avesse liberato. Ora ha finalmente ricevuto il castigo che si meritava.” Così se ne tornarono alla casetta: Biancarosa sposò il bel principe e Rosella il fratello di lui, e si divisero l’immenso tesoro che il nano aveva raccolto. La vecchia madre visse ancora felicemente per molti anni con le sue figliole; i rosai che stavano davanti alla casetta furono trapiantati davanti al palazzo, e ogni anno diedero delle bellissime rose rosse e delle rose bianche ancora più belle.

Che ne pensate? La conoscevate? 

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Fiabe dal Mondo # 10: Danimarca

Buona domenica a tutte voi, creature del  bosco!

Oggi è la prima domenica del mese, il giorno dedicato alle fiabe qui nella mia Foresta Incantata.

Il mio caro amico Menestrello torna a narrarvi una delle sue storie, questa volta tratta dal libro di fiabe di Hans Christian Andersen. Mettetevi comodi dunque, e leggete insieme a lui questa storia.

 

C’era un dì il figlio d’un commerciante

che di monete ne aveva assai tante!

Ma ahimè una ad una le sperperò

finchè povero lui diventò.

 

Un baule magico poi ricevette

e con esso potè viaggiare velocemente.

Una principessa così incontrò, 

e come finì or ve lo dirò!

C’era una volta un commerciante così ricco che avrebbe potuto ricoprire tutta la strada principale e anche un vicolino laterale di monete d’argento. Egli un giorno morì e il suo unico figlio ereditò tutti i suoi soldi. Visse spensierato, sperperando il denaro del padre che invece lo aveva saggiamente conservato. Alla fine, come ben si può immaginare, non gli restarono che quattro scellini: non aveva vestiti al di fuori di un paio di pantofole e una vecchia vestaglia. Ai suoi amici non importò più nulla di lui, dato che non potevano più uscire insieme per le strade; solo uno di loro, che era buono, gli mandò un vecchio baule e gli disse: “Fai i bagagli!.” Facile a dirsi! ma egli non aveva nulla con cui fare i bagagli, così si mise lui stesso nel baule.

Era un baule strano. Non appena si premeva la serratura, il baule si sollevava e volava; e infatti si mise a volare attraverso il camino in alto sopra le nuvole, sempre più lontano, e così arrivò nella terra dei turchi. Nascose il baule nel bosco sotto le foglie secche e se ne andò in città; lì lo poteva fare, perché in Turchia andavano in giro tutti con la vestaglia e le pantofole. Così incontrò una balia con un bambinetto. “Ascolta, balia turca!” disse “che cos’è quel grande castello vicino alla città, che ha le finestre così alte?”

“Ci vive la figlia del re!” fu la risposta “è stato predetto che diventerà molto infelice a causa di un fidanzato, e per questo nessuno può andare da lei, se non ci sono anche il re e la regina.”

“Grazie!” rispose il figlio del commerciante, e così se ne tornò nel bosco, si mise nel baule, volò sul tetto e poi entrò dalla finestra fino alla principessa.

La principessa era sdraiata sul divano e dormiva. Era così graziosa che il figlio del commerciante non resistette all’impulso di baciarla; lei si svegliò e si spaventò molto, ma lui raccontò di essere il dio dei turchi e di essere sceso dall’aria fino a lei, e lei ne fu molto contenta. Così sedettero uno vicino all’altra, lui le narrò fiabe sui suoi occhi: erano laghi bellissimi e scuri, e i pensieri vi nuotavano come sirene; e poi raccontò della fronte, che era una montagna di neve con meravigliose sale e quadri, e poi le narrò della cicogna che porta i cari bambini.

Erano delle storie bellissime! Allora le chiese di sposarlo e lei subito accettò.

“Ma dovete tornare qui sabato” aggiunse “quando ci saranno da me il re e la regina a prendere il tè. Saranno molto orgogliosi all’idea che io sposerò il dio dei turchi, ma dovete raccontare una bellissima storia, perché a loro piacciono tanto. Mia mamma vuole che siano classiche e morali, mio padre invece le preferisce divertenti, che facciano ridere!”

“Sì, non porterò altro in dono alla sposa che una storia!” rispose il ragazzo. Si separarono, ma prima la principessa gli donò una sciabola intarsiata di monete d’oro.

Volò via, acquistò una nuova vestaglia e sedette nel bosco, pensando a una storia; doveva essere pronta per sabato, e non era facile. Alla fine, pensa e ripensa, la storia fu pronta.

Il re e la regina e tutta la corte lo aspettavano bevendo il tè presso la principessa.

“Volete raccontarci una storia?” chiese la regina “ma che sia significativa e istruttiva!”

“Ma che faccia anche ridere!” aggiunse il re.

“Certamente” rispose lui, e cominciò a raccontare. Ascoltiamola anche noi adesso.

“C’era una volta un mazzetto di fiammiferi, che erano molto fieri di appartenere a una nobile famiglia, il loro albero di origine, il grande pino, di cui erano solo un piccolissimo rametto, era stato un antico e maestoso albero del bosco. Ora i fiammiferi si trovavano su una mensola tra un acciarino e una vecchia pentola di ferro, e per loro si misero a raccontare della loro infanzia. “Al tempo dei nostri anni più verdi,” dicevano “ci trovavamo proprio su un albero verde! Ogni mattina e ogni sera avevamo del tè di diamanti, che era la rugiada, e durante il giorno avevamo i raggi del sole, quando il sole splendeva, e tutti gli uccellini ci raccontavano delle storie. Sapevamo di essere anche ricchi, perché gli altri alberi erano vestiti solo d’estate, mentre la nostra famiglia poteva permettersi vestiti verdi sia d’estate che d’inverno. Poi giunsero dei boscaioli che fecero una gran rivoluzione, e la nostra famiglia venne dispersa. Il tronco principale diventò un albero maestoso in una nave bellissima che poteva navigare intorno al mondo, se lo voleva, gli altri rami andarono in luoghi diversi, e noi abbiamo avuto l’incarico di accendere la luce per la gente vile; per questo noi, che siamo gente aristocratica, siamo arrivati fin qui in cucina.”

“A me invece è capitato in un altro modo” disse la pentola di ferro vicino alla quale si trovavano i fiammiferi. “Da quando sono nata sono stata bollita e raschiata moltissime volte! Devo occuparmi di cose concrete e, a dire il vero, sono io la più importante della casa. La mia unica gioia è, dopo il pranzo, stare qui sulla mensola ben pulita a chiacchierare con i compagni; ma noi viviamo sempre in casa, a parte il secchio dell’acqua che ogni tanto è portato nel cortile. Il nostro unico informatore è la borsa della spesa, ma quella si agita sempre nel parlare del governo e del popolo; addirittura l’altro giorno c’era una vecchia pentola che per lo spavento è caduta e s’è rotta! Quella è una liberale, ve lo dico io!”

“”Tu parli troppo” esclamò l’acciarino e batté sulla pietra focaia per far scintille. “Perché non ci divertiamo questa sera?”

“”Sì, vediamo chi di noi è più distinto!” suggerirono i fiammiferi.

“”No, a me non piace parlare di me stessa!” disse la pentola di coccio. “Organizziamo invece una vera serata! Comincio io: vi racconto una storia che noi tutti abbiamo vissuto; così è facile immedesimarvisi, e poi è divertente. Presso i faggi danesi che si trovano lungo il Mar Baltico…”

“È un inizio bellissimo!” esclamarono tutti i piatti “sarà sicuramente una bella storia.”

“Sì. Là trascorsi la mia giovinezza, presso una famiglia tranquilla. I mobili venivano lucidati, il pavimento veniva lavato e cambiavano le tendine ogni quindici giorni.”

“”Com’è interessante quello che raccontate!” disse il piumino per spolverare. “Si sente subito che è una signora quella che racconta! c’è un’aria così pulita nelle sue parole!”

“”Sì, è vero!” disse il secchio dell’acqua, e saltellò di gioia così che l’acqua schizzò sul pavimento.

“E la pentola continuò a raccontare e la fine fu bella come l’inizio.

“Tutti i piatti tintinnavano per la gioia, il piumino prese del prezzemolo dal secchio di sabbia e incoronò la pentola, perché sapeva che avrebbe fatto rabbia agli altri, e “se io la incorono oggi” pensava “domani mi incoronerà lei.”

“Adesso vogliamo ballare!” esclamarono le molle del camino e ballarono. Dio mio! come sollevavano le gambe! La vecchia fodera della sedia nell’angolo rideva a crepapelle nel vederle! “Possiamo essere incoronate anche noi?” chiesero le molle e lo furono.

“Non è altro che popolino!” pensavano i fiammiferi.

Adesso doveva cantare la teiera, ma era raffreddata, o almeno così disse, non poteva cantare se non bolliva, ma non era che mania di grandezza: voleva cantare solo quando si trovava a tavola con gli invitati.

Vicino alla finestra c’era una vecchia penna d’oca, con cui la domestica scriveva; non aveva nulla di strano, eccetto che era stata immersa troppo nel calamaio, ma di questo era orgogliosa. “La teiera non vuole cantare?” esclamò “non fa niente, qui fuori c’è una gabbia con un usignolo, che sa cantare; lei invece non ha mai imparato, ma non parliamo male di lei questa sera!”

“Io penso che sia molto sconveniente” disse il bollitore, che era il cantante della cucina e il fratellastro della teiera “dover sentire un uccello estraneo. Vi pare patriottico? Lasciamo giudicare dalla borsa della spesa.”

“Sono proprio arrabbiata!” disse la borsa “così arrabbiata che non potete immaginare! è forse un bel modo di trascorrere la serata? non è meglio mettere un po’ in ordine la casa? Ognuno dovrebbe tornare al suo posto e io dirigerei il tutto sarebbe diverso!”

“Sì, facciamo un po’ di ordine!” dissero tutti. In quel mentre si aprì la porta. Era la domestica, e tutti rimasero quieti, nessuno fiatò; ma non c’era una sola pentola che non fosse conscia di quello che avrebbe potuto fare e non se ne sentisse orgogliosa. “Sì, se avessi voluto” pensavano “sarebbe stata una serata divertente!”

“La domestica prese i fiammiferi e accese il fuoco.

“Adesso ognuno può vedere che noi siamo i più importanti!” pensavano i fiammiferi “e che splendore, che luce abbiamo!” e già erano tutti consumati.”

“Che bella storia” esclamò la regina “mi sono proprio sentita in cucina con i fiammiferi. Sì, tu avrai nostra figlia.”

“Certo!” aggiunse il re. “Sposerai nostra figlia lunedì.” Ormai gli dava del tu, dato che doveva far parte della famiglia.

Il matrimonio era stato fissato e la sera prima la città venne tutta illuminata: volavano in aria ciambelline e maritozzi; i monelli di strada si alzavano in punta di piedi per prenderle e urlavano Urrà! e fischiavano con le dita; era semplicemente meraviglioso!

“Anch’io devo fare qualcosa!” pensò il figlio del commerciante, e comprò dei razzi illuminanti, dei petardi e tutti i fuochi artificiali che si potessero immaginare, li mise nel baule e volò in alto.

Rutsch! come funzionavano bene! e che scoppi!

Tutti i turchi saltavano in aria a ogni scoppio e le pantofole gli arrivavano fino alle orecchie: un tale spettacolo non l’avevano mai visto prima. Adesso capivano che era proprio il dio dei turchi che doveva sposare la principessa.

Quando il figlio del commerciante ridiscese col suo baule nel bosco pensò: “Voglio andare in città a sentire che cosa dicono di me!”

Quali cose raccontava la gente! ognuno di quelli a cui domandava l’aveva visto in modo differente, ma a tutti era parso straordinario.

“Io ho visto il dio dei turchi in persona!” raccontò uno. “Aveva occhi che splendevano come stelle e una barba come l’acqua spumeggiante!”

“Volava avvolto in un mantello di fuoco” diceva un altro.

“Bellissimi angioletti spuntavano dalle pieghe.”

Sì, sentì dire delle cose bellissime e il giorno dopo doveva esserci il matrimonio.

Tornò nel bosco per infilarsi nel baule, ma dov’era finito? Il baule era tutto bruciato. Una scintilla dei fuochi artificiali vi era caduta sopra, aveva appiccato il fuoco, e ora il baule era diventato cenere. Lui non era più in grado di volare, non poteva più raggiungere la sua sposa.

Lei rimase tutto il giorno sul tetto a aspettare; sta aspettando ancora mentre lui gira per il mondo e racconta storie, che però non sono divertenti come quella che aveva raccontato sui fiammiferi.

 

Fonte: http://www.andersenstories.com/it/andersen_fiabe/il_baule_volante 

Fiabe dal Mondo # 9: Irlanda

 
Buona domenica, creature del bosco!
Con immenso piacere torno a scrivere un post di questa rubrica. Oggi è la prima domenica del mese, il giorno dedicato alle fiabe qui nel mio bosco incantato.
Menestrello, il nostro abile cantastorie, ha pensato di presentarvi una fiaba proveniente dall’Irlanda e in onore della Luna del Lupo di una settimana fa, i protagonisti di questa storia saranno proprio questi animali misteriosi. Come sempre lascio a lui la parola.

Questa è la storia di Connor, contadino d’Irlanda
che le sue mucche più belle perse un giorno
e per cercarle si ritrovò in una desolata landa.
Una famiglia di lupi lo accolse nel soggiorno,
e Connor racconta delle mucche a quella banda.
Questa è la storia del contadino che
per aver fatto un favore con il cuore le fortune ebbe d’un re.

 

 Un giovane contadino di nome connor una volta perse due mucche  che appartenevano alla sua mandria, e non se ne ebbe più traccia nè notizia da nessuna parte. Così pensò di andare a cercarle nelle campagne. Prese un robusto bastone di pruno selvatico e si avviò. Percorse miglia e miglia tutto il giorno, ma non c’era traccia delle bestie. La sera cominciava a farsi scura, e lui era sfinito e stremato; si trovava in mezzo a una brughiera cupa e desolata, non c’era nessuna abitazione in vista, eccezion fatta per per un capanno lungo, basso e scabro. Da uno spiraglio tra i pali di legno trapelava un luccichio: Connor prese coraggio, si avvicinò e bussò alla porta. Fu subito aperta da un vecchio alto, magro, dai capelli grigi r dai taglienti occhi scuri.
“Entrate, – disse – siete il benvenuto. Vi stavamo aspettando; questa è mia moglie.” Lo condusse davanti al focolare, dov’era seduta una vecchia magra dai capelli grigi, con lunghi denti aguzzi e terribili occhi sfavillanti.
“Siete il benvenuto, – disse lei – vi stavamo aspettando. E’ ora di cena, accomodatevi e mangiate con noi.”
Connor era un tipo coraggioso, ma all’inizio, alla vista di quella strana creatura, rimase piuttosto impressionato. Comunque aveva il suo bastone con sé e pensò che avrebbe potuto difendere la propria vita a quasiasi costo. Si sedette accanto al focolare, mentre la vecchia rimestava il paiolo sul fuoco. Poi qualcuno bussò alla porta; il vecchio si alzò e la aprì, allora entrò un giovane lupo nero slanciato, che attraversò la stanza dirigendosi immediatamente in una camera interna, da cui uscì qualche momento dopo un bel giovane bruno, slanciato, che prese posto a tavola e, con gli occhi scintillanti, rivolse a Connor uno sguardo duro.
Prima che Connor potesse dire qualcosa, qualcun altro bussò allla porta ed entrò un secondo lupo che passò nella saletta interna come il primo, e subito dopo un altro bel giovane scuro uscì e si sedette a cenare con loro, fissando Connor con i suoi avidi occhi, ma non proferì parola.
“Questi sono i nostri figli”, disse il vecchio, “dite loro cosa volete e cosa vi ha portato tra di noi.”
Allora Connor raccontò la sua storia, come aveva perduto le sue due mucche e come le aveva cercate senza trovarne traccia. Non conosceva il posto in cui si trovava e nemmeno il generoso gentiluomo che lo aveva invitato a cena. Ma se gli avessero detto dove trovare le sue mucche, avrebbe ringraziato e avrebbe fatto il possibile per tornare subito a casa.
A quel punto risero tutti, guardandosi l’un l’altro, e la vecchia megera quando mostrò i lunghi denti aguzzi era più spaventosa che mai. Con ciò, essendo un tipo irascibile, Connor cominciò ad arrabbiarsi. Afferrò strettamente il bastone di pruno selvatico, si alzò e ordinò loro di aprirgli la porta: se ne sarebbe andato per la sua strada, dato che non gli prestavano ascolto e si prendevano gioco di lui. Allora il maggiore dei giovani si alzò in piedi. “Aspettate, -disse – noi siamo crudeli e cattivi, ma non dimentichiamo mai una gentilezza. Vi ricordate quando un giorno, in fondo alla valle, trovaste un povero lupetto che soffiva dolori atroci ed era sul punto di morire perchè una spina appuntita gli aveva trafitto il fianco? E voi gentilmente gli estraeste la spina, gli deste da bere e ritornaste sul vostro cammino lasciandolo in pace a riposare?2
“Sì, me lo ricordo benissimo.”
“Ebbene, quel lupo sono io, e se posso vi aiuterò, ma restate con noi stanotte e non abbiate paura.”
Quindi si sedettero di nuovo per cenare. Mangiarono allegramente, poi caddero tutti in un sonno profondo. Connor non capì più nulla fino a che non si svegliò la mattina e si trovò accanto a un enorme covone di fieno, proprio nel suo campo.
Connor pensò allora di aver sognato tutto. Quando giunse a casa cercò nel cortile, nella stalla e nel campo, ma non c’era traccia delle sue mucche. Tuttavia, proprio allora vide nel campo li accanto tre delle più belle e strane mucche su cui avesse mai posato gli occhi. notò che vicino alle tre mucche faceva la guardia un giovane lupo nero. A quel punto Connor capì che il suo non era stato un sogno e che quello che aveva dinnanzi era il ragazzo con cui aveva cenato la sera prima. Lasciò tornare le sue mucche nel suo campo e lì rimasero fino a diventare le più preziose dell’intero paese. Connor diventò ricco e prosperoso, poichè una buona azione non va mai perduta, ma porta sempre fortuna, come dice il vecchio proverbio: “Fortune sian date alle buone azioni compiute”. Connor non trovò mai più quella brughiera desolata e quel capanno abbandonato, nonostante li avesse cercati in lungo e in largo per portare i suoi ringraziamenti agli amici lupi, e nemmeno incontrò uno solo dei componenti di quella famiglia, ma visse per sempre felice.


Fiabe dal Mondo # 8: speciale Natale

Buona domenica, creature del bosco!
Eccomi di ritorno con un post di questa rubrica. Oggi è la prima domenica del mese, il giorno dedicato alle fiabe qui nella mia Foresta Incantata. Prima di cominciare vi ricordo che sul blog è in atto, fino al 18 dicembre, un carinissimo Giftaway natalizio, vi invito a partecipare! Se volete scoprire di cosa si tratta, cliccate sul banner nella colonnina di destra del blog, in alto.
Detto questo, torniamo a noi 🙂
Menestrello, il nostro abile cantastorie, ha pensato di presentarvi una fiaba proveniente dalla fredda Russia e in onore del Natale che si avvicina, ha deciso di raccontarvi una storia riguardante questa festività. Si tratta di Snegurochka, è considerata in Russia la nipote di Babbo Natale. Detto questo, lascio la parola all’impaziente Menestrello, buona lettura!
Il Natale s’avvicina, Dame e Cavalieri che popolate queste contrade lontane! 
Sebbene sia una festa da passare in allegria 
altrettanto non si potrà dir di questa storia mia.
Un po’ triste e malinconica sarà
ma come sempre Menestrello narrarvela vorrà. 
C’era una volta, tanto tempo fa, una coppia sposata che non poteva avere figli. Nonostante la felicità degli anni trascorsi insieme in piena felicità, i due erano invecchiati senza poter provare l’amore per un figlio. Una sera d’inverno i due uscirono nel cortile di casa, presero a giocare e decisero di creare una ragazza fatta di neve, dandole la forma della figlia che avrebbero tanto voluto avere ma che il destino non aveva previsto per loro. 
La plasmarono con amore e impegno disegnandole abiti e sembianze bellissime, ma una volta terminata l’opera accadde qualcosa di straordinario: le labbra della ragazza disegnata nella neve si fecere prima rosee, poi sempre più rosse, gli occhi si schiusero come fiori di ghiaccio e la bocca perfetta si distese in un bellissimo sorriso, rivolto ai suoi due creatori. La giovane si scrollo la neve di dosso: finalmente era in carne ed ossa! Moglie e marito erano raggianti di gioia, portarono la ragazza in casa loro e le diedero il nome di Snegurochka, “Fatta di Neve”. La fanciulla cresceva molto velocemente, a riprova del fatto che era un essere magico e unico, e di ora in ora diveniva sempre più bella. I suoi genitori erano felicissimi di godere della sua compagnia e della sua sensibilità e con lei trascorsero tutto l’inverno, tra canti e passeggiate in mezzo alla natura selvaggia e addormentata. Ma si sa, prima o poi l’inverno deve pur finire e così giunse la primavera, che scaldo pian piano i prati, le montagne e la terra. Fu allora che Snegurochka smise di mostrare al mondo il suo bellissimo sorriso e di cantare agli animali del bosco, chiudendosi nel silenzio e nella tristezza. 
Gli anziani genitori iniziarono a preoccuparsi di questo strano atteggiamento della loro figlia, e spesso le chiesero cosa ella avesse, tuttavia Snegurochka affermava di stare bene. 
Più l’aria si faceva tiepida e le giornate lunghe, più i fiorellini sbocciavano sui rami degli alberi e più la neve si scioglieva perdendo terreno, così anche la ragazza si intristiva e sembrava fuggire dal calore primaverile. 
Giunse poi anche l’estate, e un giorno delle ragazze invitarono la triste Snegurochka a passeggiare nel bosco insieme a loro. La ragazza non ne voleva sapere, ma i genitori insistettero così tanto che alla fine dovette convincersi. Mentre camminavano, le giovani cantavano e danzavano, tuttavia Snegurochka continuava a non trovare la voglia di sorridere alla vita come invece facevano le sue compagne. Al calar della sera accesero un fuoco e continuarono a danzare e divertirsi e questa volta, forse rinvigorita dalle fresche ore notturne, Snegurochka iniziò ad unirsi ai festeggiamenti delle sue amiche. Finalmente tornava a sorridere! 
Ecco però che una delle ragazze ebbe un’idea: per divertirsi potevano provare a turno a saltare da una parte all’altra del fuocherello acceso da loro. Quando fu il turno di Snegurochka però, il calore del fuoco le fuse i piedi e pian piano tutto il resto. Snegurochka si trasformò così in una nuvola bianca, si innalzò nel cielo e salutò il mondo con un sussurro scomparendo nell’immensità della volta celeste.
Sì, lo so, questa fiaba è un po’ triste, ma non tutte le fiabe finiscono bene. Mi ricorda per un certo verso la vera storia de La Sirenetta… voi cosa ne pensate? 

Fiabe dal Mondo # 7: speciale Halloween

Buona domenica, creature del bosco!
Con immenso piacere, dopo una lunga assenza, torno a scrivere un post di questa rubrica. Oggi è la prima domenica del mese, il giorno dedicato alle fiabe qui nel mio bosco incantato.
Menestrello, il nostro abile cantastorie, ha pensato bene di presentarvi una fiaba proveniente dall’Irlanda e in onore della notte di Halloween che si avvicina, ha deciso di raccontarvi una storia riguardante questa festività.  Detto questo, lascio la parola e lui,buona lettura!
Della vigilia di Novembre non vi fidate, dame e cavalieri! La notte si anima di oscuri pensieri, Hugh d’Irlanda la tradizione ignorò e nel mondo dei morti si ritrovò. Tra risate, banchetti e astuti dispetti, Hugh d’Irlanda imparò, e or la sua storia io vi narrerò.
Tra gli abitanti delle isole si ritiene che sia un grosso errore andare in giro durante la Vigilia di Novembre, poichè in quel momento le fate svolazzano e non amano esser viste od osservate, quando tutti gli spiriti vengono a incontrare e aiutarle. Gli esseri mortali dovrebbero rimanere in casa o ne pagheranno le conseguenze, dato che in quella precisa notte dell’anno le anime dei morti esercitano il loro potere su tutto e festeggiano con le fate, danzando con esse fino al calar della luna.
Ci fu un uomo del villaggio che, una vigilia di Novembre, restò fuori fino a tardi a pescare: non pensò assolutamente alle fate finchè non vide un gran numero di luci danzanti e una folla di gente che si affrettava con cesti e borse, tutti che ridevano e cantavano e facevan festa lungo il cammino.
“Siete una bella compagnia”, esclamò, “dove state andando tutti quanti?”
“Andiamo alla fiera” rispose un vecchietto con un tricorno ornato da un nastro d’oro. “Unisciti a noi Hugh King, e ti sarà offerto il cibo più squisito e le bevande più deliziose su cui si siano mai posati i tuoi occhi.”
“Porta soltanto questa cesta per me”, disse una donnina dai capelli rossi.
Allora Hugh prese la cesta e li seguì fino a che giunsero alla fiera, zeppa di una folla come non ne aveva mai visto sull’isola in tutta la sua vita. Ballavano e ridevano; c’erano suonatori di cornamuse, d’arpa, piccoli ciabattini che cucivano scarpe, e tutte le cose più meravigliose del mondo da mangiare e da bere, proprio come se fossero in un palazzo reale. Ma la cesta era molto pesante e Hugh desiderava posarla, così da poter andare a danzare con un’incantevole piccoletta dai lunghi capelli biondi che rideva accanto a lui.
“Bene, posa qui la cesta”, disse la donna dai capelli rossi, “vedo che sei abbastanza stanco”, quindi gliela prese e sollevò il coperchio: da lì uscì un vecchino, il demonietto più brutto e deforme che si potesse immaginare.
“Ah, grazie Hugh”, esclamò il demonietto, “sei stato molto carino a trasportarmi con garbo, poichè sono debole di braccia. Ti pagherò per bene, mio caro amico: porgimi le mani”, e il piccolo demonio vi rovesciò oro su oro, luccicanti ghinee dorate. “Ora va’” disse, “e bevi alla mia salute, divertiti e non avere paura di qualsiasi cosa vedrai o sentirai.”
Così lo lasciarono tutti, tranne l’uomo col tricorno e una fascia rossa intorno alla vita.
“Aspetta qui un attimo,” disse, “poichè Finvarra il re e sua moglie stanno venendo ad assistere alla fiera.”
Appena pronunciò queste parole, si udì il suono di un corno e apparve una carrozza con quattro cavalli bianchi, da cui uscì un gentiluomo serio e imponente tutto vestito di nero, con una bellissima dama dal viso ricoperto da un velo d’argento. “Ecco Finvarra in persona e la regina”, esclamò il vecchietto, ma High fu sul punto di morire di spavento quando Finvarra domandò: “Cosa ci fa qui quest’uomo?” Il re aggrottò le sopracciglia e lo guardò in modo talmente cupo che Hugh quasi cadde a terra per il terrore. Allora risero tutti, e risero così forte che ogni cosa sembrò scuotersi e crollare giù per le risa. Arrivarono dei danzatori e volteggiarono tutti intorno a Hugh, cercando di prendergli le mani per farlo danzare con loro. “Sai chi sono queste persone, gli uomini e le donne che ti stanno danzando intorno?” chiese il vecchio, “Guarda bene, li hai mai visti prima?” Quando Hugh li guardò, vide una ragazza che era morta l’anno prima, poi un altro e un altro ancora dei suoi amici che sapeva erano morti molto tempo prima, e vide che tutti i danzatori, uomini, donne e ragazze, erano dei morti nei loro lunghi sudari bianchi. Allora cercò di fuggire via da loro, ma non poteva perchè lo accerchiavano e danzavano e ridevano e gli afferravano le braccia, tentando di trascinarlo nella danza, mentre la loro risata sembrava perforargli il cervello e annientarlo. Infine cadde lì, davanti a loro, come si sviene dal sonno, e non si rese conto di nulla fino a che non si trovò il mattino seguente disteso all’interno dell’antico cerchio di pietre presso la radura incantata sulla collina. Tuttavia era vero che fosse stato con gli esseri fatati: nessuno poteva negarlo, poichè le sue braccia erano completamente nere per il contatto con le mani dei morti, quando avevano provato a trascinarlo nella danza. Ma non riuscì a trovare in tasca nemmeno un briciolo dell’oro rosso che il piccolo demonio gli aveva dato. Nemmeno il minimo spicciolo d’oro, era tutto sparito per sempre. Hugh ritornò tristemente a casa, poichè ora sapeva che gli spiriti si erano presi gioco di lui e lo avevano punito per aver disturbato i loro festeggiamenti  della Vigilia di Novembre, l’unica notte dell’intero anno in cui i morti possono lasciare le loro tombe e danzare alla luce della luna sulla collina, mentre i mortali dovrebbero restare in casa e non osare mai guardarli.
Fonte
Fiabe e Leggende d’Irlanda, Jane Wilde

Fiabe dal Mondo # 6: Russia

Buona serata, cari lettori!
Con immenso piacere, dopo due lunghi mesi di assenza, riporto in vita questa rubrica. Oggi è la prima domenica del mese, il giorno dedicato alle fiabe qui nel mio bosco incantato.
Sia io che Menestrello, il nostro abile cantastorie, siamo stati particolarmente indaffarti in questi ultimi mesi e ci è dispiaciuto non potervi intrattenere con una fiaba ogni mese, ma speriamo entrambi di recuperare il tempo perduto molto presto. Detto questo, lascio la parola e lui, buona permanenza e… buona lettura =)

Dame e cavalieri che viaggiate per questi magici sentieri, la storia che oggi narrarvi vorrò parla di un’oscura figura, una strega astuta e misteriosa, che aiuterà una piccola eroina a prendere in mano il suo destino. Ella dovrà affrontare diverse prove, riuscirà a superarle evitando così l’ira della terribile Baba Jaga? Restate con me e ve lo racconterò…

C’era una volta una giovane madre, che giaceva sul letto di morte. La figlia e il marito sedevano in fondo al letto, pregando per la sua anima. La madre morente chiamò a sè Vassilissa e lei le si inginocchiò accanto. 
“Vassilissa, sto morendo, ma non ti lascio sola. Questa bambola è per te – così dicendo, le porse una bambola così piccola da stare comodamente in una tasca e del tutto simile a lei – Non dire a nessuno della sua esistenza e se avrai bisogno di aiuto, chiedilo a lei: saprà guidarti.” Detto questo, la donna morì.
Il marito e la figlia piansero a lungo la sua morte, ma dopo molto tempo le ferite vennero sanate e il padre si risposò con una donna che aveva due figlie. Sebbene all’apparenza sembrassero persone per bene, le tre nuove arrivate erano tormentate dall’invidia e dalla cattiveria. Invidiavano la bellezza e la dolcezza di Vassilissa e, quando il padre non c’era, la ricoprivano di lavoro e le facevano dispetti. Un triste giorno, anche il padre di Vassilissa morì, lasciandola in balia della matrigna e delle sorellastre, che la facevano lavorare come una serva con lo scopo di imbruttire il suo aspetto. Ciò non avvenne, poichè a svolgere i lavori più faticosi non era Vassilissa, bensì la sua bambolina, e così lei diventava sempre più bella. Tormentate dall’invidia, le tre perfide donne decisero allora di mandare la ragazza nella foresta, dove dimorava la terribile strega Baba Jaga per farla scomparire per sempre dalle loro vite. Una sera, spensero tutti i fuochi della casa e quando Vassilissa tornò a casa dopo il lavoro dei campi trovò la casa buia e fredda. Le tre la obbligarono dunque ad andare a chidere il fuoco alla strega e, senza una lamentela, Vassilissa si avviò nella foresta. Non che non avesse paura, ma a guidarla c’era la sua bambola, che la tranquillizzava e le indicava la strada. 

Durante il viaggio, le passarono dinnanzi tre cavalieri: uno vestito di bianco, uno vestito di rosso ed uno di nero. Camminò per un giorno intero, e al tramonto del giorno seguente la sua partenza, vide una casetta fatta di ossa umane. Non appena fece buio arrivò Baba Jaga: la strega volava non su una scopa, ma su un mortaio, che comandava attraverso un remo a forma di pestello. La terribile donna si accorse subito di Vassilissa e in tono scontroso le chiese cosa ci faceva là.
“Nonna, sono venuta per chiederti il fuoco.”
“Vuoi il fuoco? Te lo darò, ma prima dovrai sbrigare del lavoro per me… se lo svolgerai bene meglio per te, altrimenti, mia cara bambina, morirai.”
Vassilissa, tremante di paura, si lasciò guidare all’interno dell’angusta dimora della strega e una volta terminata la cena, questa le disse: “Domani dovrai spazzare, pulire, lavare e cucinare. E alla fine dovrai dividere i semi che stanno in quel sacco: da una parte metterai il frumento, dall’altra l’orzo.”
La mattina seguente, Baba Jaga uscì lasciando sola e disperata Vassilissa, ma la bambola la rassicurò dicendole che aveva svolto il lavoro al posto suo durante la notte e che i semi erano stati separati. Quando tornò a casa, la strega parve stupita dal lavoro svolto da Vassilissa. Non trovando niente da ridire, ordinò ai suoi servitori, delle mani invisibili, di portare via i semi, poi si rivolse alla giovane: “Anche domani dovrai pulire, lavare, spazzare e cucinare e dovrai separare il miglio dall’avena!”
Il giorno seguente la cosa si ripetè: la bambola aveva svolto egregiamente il suo lavoro e la strega, al suo ritorno, non trovò nulla da ridire.
“Posso farti qualche domanda, nonna?” chiese Vassilissa, vedendola silenziosa.
“Domanda pure, ma ricorda: se troppo saprai, presto invecchierai.”
“Voglio solo sapere chi sono quei tre cavalieri che ho visto nella foresta mentre venivo da te e che ho continuato a vedere in questi giorni…”
“Quello bianco è il giorno che si leva, quello rosso è il sole che si scalda e quello nero è la notte tenebrosa. Hai altro da chiedere?”
Vassilissa avrebbe voluto sapere a chi appartenessero le mani che portavano via i semi e che servivano Baba Jaga, ma la bambola le suggerì che era meglio non chiederlo, così scosse la testa.
“Va bene, allora adesso è il mio turno di fare domande: come fai a svolgere tutto il lavoro che ti do?”
E Vassilissa rispose: “Grazie alla benedizione di mia madre.”
“Cosa? Non voglio gente benedetta in casa mia, va’ via, subito!” Prima che Vassilissa si allontanasse dalla casa però, la strega le diede un bastone con un teschio in cima che aveva gli occhi rossi come braci ardenti e le disse: “Ecco il tuo fuoco, bambina. Portalo a casa e non aggiungere una sola parola.”
Vassilissa corse nel bosco, contenta di tornare finalmente a casa. Le sue sorellastre e la matrigna non si aspettavano certo di vederla tornare, e in sua assenza avevano tentato di riaccendere il fuoco ma senza successo. Ormai la credevano morta e quando se la videro di nuovo davanti, rimasero stupite. La accolsero in casa con la speranza che il fuoco magico della strega potesse riscaldarle dal freddo e riportare la luce nella dimora divenuta buia, ma il teschio che Baba Jaga aveva dato a Vassilissa incenerì tutte e tre le donne, lasciando di nuovo sola la giovane. Ella però non si diede per vinta: cercò fortuna in città e lì trovò una vecchietta tutta sola, che la prese con sè e le comprò del lino da filare e da tessere. Vassilissa passò dunque l’inverno tessendo e filando e in primavera la sua tela fu venduta al mercato. La comprò nientepopodimeno che lo Zar in persona, il quale volle conoscere subito l’artefice di quella stoffa meravigliosa. Non appena conobbe Vassilissa, si innamorò perdutamente di lei, della sua bellezza e della sua bontà. I due si sposarono e vissero felici a corte, ma Vassilissa non abbandonò mai la sua bambola fatata: la portò sempre con sè e per tutta la vita essa la guidò e la consigliò con saggezza ed amore.

Fonti immagini:
http://www.icbozzolo.it/blog/?p=4518
http://www.flickriver.com/photos/31089402@N07/2913560570/
http://www.pinu.it/vassilissa.htm

Fiabe dal Mondo # 5: Italia


Buona domenica, carissimi lettori! Aumentate a vista d’occhio e io sono felicissima di accogliere i vostri occhietti curiosi in questo mio piccolo spazio incantato =)
Vi ricordate che oggi è la prima domenica del mese, vero? E ogni prima domenica del mese io ospito sul mio blog una persona speciale… di chi sto parlando? Ma di Menestrello, naturalmente, il nostro abile cantastorie!
Ma bando alle ciance, ormai lo conoscete e sapete che non ama che gli si rubi la scena, dato che ha già così poche occasioni per narrarvi le sue magiche fiabe ^^
Buongiorno, Dame e Cavalieri che vi trovate in queste contrade incantate.  La storia che vi narro quest’oggi parla dell’amore di un padre e di un magico anello che cambiò per sempre la vita di una semplice famiglia…
 
In tempi assai lontani, quando i luoghi che oggi calpestiamo erano ancora cperti di selve e abitati da lupi, gnomi e folletti, in una capanna al limitare della foresta viveva un pover’uomo. La capanna era fatta di grossi tronchi, con le fessure ricperte di tenero muschio; anzichè la porta c’era un cancello di rami d’abete. All’interno c’era una sola stanza, con un giaciglio fatto di muschio ricoperto da pochi cenci. La capanna appariva oscura e triste, eppure dentro vi splendeva il sole anche nei giorni più foschi, perchè vi dimorava la felicità. L’uomo aveva sposato una povera ragazza e la giovane coppia si era stabilita là, nel cuore del bosco, con qualche pecora e qualche capra. Vivevano felici e contenti, il gregge aumentava e fin dal primo anno l’uomo dovette lavorare a un nuovo mobile che gli diede molto da pensare: una culla. Ne costruì una molto robusta, e aveva fatto bene, perchè non appena il primogenito cominciò a muovere i primi passi arrivò un nuovo bambino, e così via finchè la casa una volta solitaria  e muta fu animata dalla gaiezza di sei bambini, tre maschi e tre femmine. L’uomo poneva nella famiglia tutta la sua felicità e per essa si affaccendava da mattina a sera.
La felicità abitava in quella dimora, ma ad un tratto scomparve e lasciò il posto alla sventura. Alcuni capi del gregge scomparvero in modo inspiegabile, seguiti da altri in numero sempre maggiore. L’uomo pensò che si fossero smarriti e ancò a cercarli per i boschi e nei precipizi, ma invano. Quando tornò, trovò in casa la sventura e l’angoscia. il maggiore dei suoi figli era scomparso. Il pover’uomo cercò prima intorno alla casa, poi più lontano: nelle macchie, nelle selve, nelle gole. il suo richiamo risuonava per tutta la valle, ma mai nessuno rispose. Tornò a casa e questa voltà scoprì con immenso dolore che anche la prima delle bambine era svanita nel nulla. Moglie e marito li cercarono invano, e il terzo giorno scomparve un altro maschietto. Ormai gli sventurati non cercavano più, perchè avevano capito che le loro disgrazie erano dovute a qualche maleficio. In fondo alla valle dimorava in quei tempi un vecchio eremita. La fama della sua santità e del potere che aveva contro le streghe, gli gnomi e i folletti era nota in tutta la regione. Lo sventurato padre, nella sua disperazione, ricorse all’eremita, il quale, udita la storia, gli disse: “I tuoi bambini sono stati rapiti da uno gnomo, il quale vuole che custodiscano il suo gregge.” L’eremita prese un libro antichissimo con una testa di morto sul frontespizio, una striscia di pergamena e una penna di corvo. Versò in una boccetta del sugo di more e sfogliò a lungo il suo libro, cercando. Finalmente trovò ciò che stava cercando e intinse la penna nel sugo di more e trascrisse sulla pergamena una formula che avrebbe bandito lo gnomo, permettendo così al pover’uomo di riavere i suoi figli indietro. L’operazione gli costò tanta fatica, poi diede all’uomo il pezzo di pergamena e gli disse: “Prendi. Allo spuntare del giorno cerca una lucciola. Quando i primi raggi del sole baceranno il tetto della tua capanna, libera la lucciola e seguila. Il suo volo ti guiderà e tu troverai i tuoi bambini e il tuo gregge. Affronta senza timore il perfido gnomo, poichè egli sarà in tuo potere. Al dito mignolo della mano sinistra tiene un anello: prendiglielo. Finchè lo porterai, la fortuna sarà con te; se lo lascerai in eredità, lascerai un prezioso talismano e la sua virtù magica si trasmetterà a tutti gli anelli simili a quello che siano toccati tre volte con esso al lume della luna.”
L’uomo si congedò dall’eremita, ma prima gli chiese cosa poteva dargli in cambio, visto che lo aveva aiutato. La risposta dell’eremita fu la seguente: “Stolto! Non mi potresti dar nulla, neppure se fossi più ricco dell’imperatore. A me non manca niente: ho per madre la contentezza, per padre l’orgoglio, per moglie la sobrietà, per sorella la gioia di vivere. La virtù è mia cognata, la saggezza è la mia amica, e la fortuna la mia nemica perchè è ingannatrice.”
Comprendendo che l’eremita non poteva essere ricompensato, l’uomo lo salutò e ripartì. 
La mattina seguente, impugnò una pesante accetta e si munì di un lungo bastone, portò con sè la pergamena dell’eremita e poi andò in cerca di una lucciola. Seguì tutte le istruzioni che gli aveva dato il vecchio uomo e a metà della giornata giunse in una grande e meravigliosa valle, dove il suo gregge pascolava, sorvegliato dai tre figli scomparsi. La lucciola brillò sempre più forte e si ingrandì, prendendo l’aspetto di una graziosa fanciulla dai capelli dorati, dagli occhi color del cielo, dalle guance color di rosa e con le labbra simili al fiore di un melograno. 
Era una silfide e disse: “Laggiù, sotto quell’abete, dorme il nostro nemico. A te ha rapito i figli, a me una xarissima sorella: vendicaci entrambi, poichè tu solo hai potere su di lui.Taglia un tronco d’albero e chiudici dentro la barba dello gnomo, poi portagli via l’anello e lascialo in trappola. Dunque, salva i tuoi figli.” Detto questo, la silfide svanì.
L’uomo prese l’accetta e spaccò il tronco di un albero e vi intrappolò lo gnomo come gli era stato suggerito. Ed ecco che quello iniziava a supplicare: ” Se mi lasci andare ti darò un blocco d’oro grande come tutta la tua casa! Nel tuo ruscello scorrerà il vino più prezioso!” e cose simili a queste, ma l’uomo non si lasciò impietosire. Gli tolse via l’anello e prese in braccio i suoi amati figlioletti e insieme tornarono a casa, dove la mamma li attendeva a braccia aperte. Lungo la strada di ritorno l’uomo canticchiava insieme ai suoi bambini le strofe della canzone dell’anello che l’eremita gli aveva scritto sulla pergamena, dopo di che vissero per sempre felici e contenti.

Più di un prezioso e fulgido gioiello,
porta fortuna, il piccolo anello.
Chi l’anellino tiene in giusto onore, 
serberà fede al suo promesso amore.
L’anellino conserva la virtù,
nel puro cuore della gioventù.
Chi l’anellino con cura serberà
dalla sorte colpito non sarà.
Se vuoi dall’anellino aver fortuna,
portalo sempre, al sole ed alla luna!