Il Calderone # 11: Bajardo, l’antico paese dei Druidi

Buona domenica a tutte voi, creature del bosco, e bentornate nella mia Foresta Incantata!
Finalmente torno a proporvi questa rubrica, dopo tanto tempo di assenza.
Prima di cominciare, ricordo a tutti che Il Calderone è una rubrica ormai occasionale in cui tratto di mistero e curiosità. Perchè ho scelto proprio questo nome per una rubrica così? Semplicemente perchè il calderone è una grossa pentola che può contenere svariati ingredienti; ogni volta mescolo la densa brodaglia in esso contenuta e ne estraggo col mestolo qualcosa di diverso =)
 
Oggi vi porto non lontano da casa mia, più precisamente a Bajardo, un piccolo paesino del ponente ligure. E’ situato sulla cima di un monte delle Alpi Marittime ed ha poco più di 300 abitanti, quindi capirete che non è molto grande. Ma cos’ha di particolare questo paesino montano? Perchè è finito nel mio Calderone?
Bajardo è un piccolo scrigno, e come tutti gli scrigni nasconde in sè alcuni tesori…
Il centro storico del paese esiste fin dal lontano I millennio a.C. e in quel periodo era un importante luogo di culto per i Druidi. Sì, avete capito bene, proprio i Druidi dei Celti!
Questi sacerdoti hanno lasciato un segno talmente profondo nella storia di Bajardo che ancora oggi alcuni eventi e festività si ricollegano ad attività pagane e druidiche. A testimonianza dell’esistenza dei Druidi, ci sono ancora oggi degli obelischi di pietra.
A Bajardo convivevano un tempo i Celti, i Liguri, i Greci, gli Iberici e i Romani, pensate che grande mescolanza di usanze, tradizioni e culture! Questi popoli pagani costruirono a Bajardo i loro luoghi di culto, tra i quali spiccava un antico tempio dedicato al dio Sole, di cui oggi ci rimangono alcuni resti. Sopra quello stesso tempio sorse in epoca medievale la chiesa dedicata a San Nicolò, ma nel 1887 un violento terremoto scosse l’intero paese, scoperchiando la chiesa e riportandola pressochè al suo antico splendore pagano. 
Il monte su cui sorge Bajardo era un tempo consacrato ad Apollo che, come sapete, è il dio del Sole. Con quel terremoto, che ahimè ha ucciso più di duecento persone, sembra quasi che l’essenza pagana del paese si sia risvegliata, mostrando quello che un tempo era il luogo di culto principale nella sua più totale e disarmante naturalezza.
Sebbene nei resti della chiesa-tempio coesistano elementi cristiani e pagani, la costruzione scoperchiata sembra quasi essere un nuovo inno al Sole e alla Natura. Quel che resta dell’edificio è visitabile senza alcuna difficoltà, io stessa ci sono stata più di una volta e se devo essere sincera sono rimasta piacevolmente colpita, ho provato una grande serenità a camminare sul morbido prato circondato dai muri alti, spogli e dorati, con il sole che mi carezzava la pelle.
Così come la chiesa-tempio, nel paese di Bajardo coesistono cristianesimo e paganesimo: alcune festività cristiane hanno mantenuto le usanze pagane dei riti dei quali hanno preso il posto, e una volta all’anno si celebra la festa dei Druidi, che spero di riuscire a vedere per la prima volta questo luglio!
Che dire? Un piccolo gioiello che, se vi trovate da queste parti, vale proprio la pena visitare non solo per la sua storia, ma anche per il paesaggio e la splendida vista di cui si gode da lassù.
 
Che ne pensate? Io trovo che questo paese sia molto affascinante =)
Spero di aver suscitato la vostra curiosità!
N.B.: le foto sono state tratte dal web
 

 
 
 

Il Calderone # 10: il monte Blocksberg

Buona domenica a tutti, visitatori del mio bosco incantato!
Sono contentissima di essere qui a scrivere un post di questa rubrica che, come sapete, è una delle mie preferite ma anche una delle più impegnative. Mi dispiace molto metterla da parte, ma questo mese sono riuscita a trovare anche una piccola curiosità da proporvi proprio in questo piccolo spazio incantato! 
Prima di cominciare, ricordo a tutti che Il Calderone è una rubrica che viene pubblicata (possibilmente) ogni terza domenica del mese e in cui tratto di mistero e curiosità. Perchè ho scelto proprio questo nome per una rubrica così? Semplicemente perchè il calderone è una grossa pentola che può contenere svariati ingredienti; ogni mese mescolo la densa brodaglia in esso contenuta e ne estraggo col mestolo qualcosa di diverso =)
Bene, dunque oggi cosa bolle in pentola per voi?
Leggendo il libro di cui vi ho già parlato, “Piccolo dizionario delle streghe” di Ditte e Giovanni bandini, ho trovato un argomento che mi ha incuriosita molto. Sto parlando del monte Blocksberg, oggi chiamato Brocken, che un tempo veniva considerato luogo prediletto per le streghe, ma anche per spiritelli di vario genere. Qui è nata anche la leggenda dello spettro di Brocken, che tra poco vi andrò a spiegare.
“Sabba sul Blocksberg”, illustrazione di Johannes Praetorius, 1668.
Il monte Brocken è la più alta vetta delle montagne dell’Harz, in Germania. Nonostante non sia un monte molto alto (1142 metri), è spesso ricoperto di neve e la nebbia lo nasconde alla vista per quasi tutto l’anno. Sui suoi fianchi si trovano acquitrini, paludi e cavità disseminate di blocchi di granito; la sua vetta si innalza sopra le cime degli alberi, caratteristica che gli rende un aspetto particolarmente desolato. Potrete ben immaginare dunque come in passato questi eventi atmosferici e queste caratteristiche morfologiche potessero ricollegare questo monte ad un luogo sinistro e tetro, in cui gli spiriti e le streghe trovavano via libera per festeggiare e correre liberi ed indisturbati.
Secondo le leggende locali, le streghe si riunivano sul Brocken soprattutto in occasione della notte di Valpurga, quella cioè compresa tra il 30 aprile ed il 1 maggio. Spinti dalla curiosità, molti visitatori si recavano sul monte per visitare i uoghi delle streghe, ma anche per vedere con i propri occhi il fantasma di cui tanto si parlava. Tra tutti, anche lo stesso Wolfgang Goethe vi si recò, e lo citò nella sua opera, il Faust.
Ancora oggi in Germania (ma non solo!) la notte di Valpurga si festeggia “la notte delle streghe”, tra danze, canti e rievocazioni, passeggiate nei sentieri del Brocken e falò. Come da tradizione, la notte di Valpurga si festeggia l’arrivo delle belle giornate e si saluta l’inverno, ormai finito.

Ma non sono state solo le streghe ad intimorire gli abitanti della Germania nei tempi passati. Come detto poco sopra, la leggenda narra di un fantasma, uno spettro che aveva fatto del Brocken la sua eterna dimora e che spaventava tutti i viandanti che si imbattevano in lui. Si tratta di una torreggiante figura ombrosa che si profila minacciosa nella foschia, con la testa circondata da anelli con i colori dell’arcobaleno.
Lo spettro di Brocken
Ancora oggi la strana apparizione ha avuto modo di spaventare gli scalatori del monte, ma di cosa si tratta in realtà? Perchè a questo c’è una spiegazione logica e scientifica…
Si tratta di un fenomeno ottico prodotto dalla luce riflessa verso la sua fonte da una nuvola di goccioline d’acqua di dimensioni uniformi. Più concretamente, essa è un’illusione di un enorme ingrandimento dell’ombra proiettata dall’osservatore, quando il Sole è basso, sulla superficie delle nuvole che circondano una montagna su cui l’osservatore si trova. L’apparente ingrandimento che l’osservatore percepisce è un’illusione causata dal fatto che la superficie delle nuvole relativamente vicine viene giudicata alla stessa distanza degli oggetti al suolo visibili negli squarci tra le nubi, in realtà molto più lontani. Il fenomeno è indicato con il nome di “gloria”, anche se molti lo conoscono più con il nome di “spettro di Brocken”, proprio perchè un tempo si pensava fosse un fantasma. In Cina invece, il fenomeno è chiamato “Luce di Buddha” ed era associato ad una rivelazione divina.
Per questa domenica è tutto, spero che questo post sia stato interessante! Buonissima domenica a tutti ^^

Fonti:

– Piccolo dizionario delle streghe, Ditte e Giovanni Bandini, Newton & Compton editori.

Wikipedia: monte Brocken

Wikipedia: gloria, fenomeno ottico

http://travel.befan.it/la-notte-delle-streghe-weekend-in-germania-tra-natura-e-leggende/

Il Calderone # 9: Il museo della stregoneria di Boscastle

Buona domenica, creaturine del bosco =)
Dopo tantissima assenza, la vostra Mirial è riuscita a ritagliarsi un po’ di tempo per pubblicare il post relativo a questa rubrica, dedicata ai misteri e alle curiosità. So che precedentemente vi avevo promesso che avrei pubblicato un’ultima parte dedicata a Triora, il paese delle streghe, ma non sono ancora riuscita a trovare delle notizie attendibili e sicure su quello che volevo proporvi e al momento sono sprovvista di tempo per fare delle ricerche in biblioteca.
Per questa puntata del Calderone, ho deciso di rimanere in tema stregoneria e di presentarvi un museo della Gran Bretagna molto particolare ed unico nel suo genere, il Museo delle Streghe di Boscastle!


Il Museo è situato in un villaggio sulle coste settentrionali della Cornovaglia e ospita la più grande collezione al mondo di reperti relativi alla stregoneria e ai riti magici. 
Un tempo il museo era collocato altrove, sull’Isola di Man, a Castletown, nel mare d’Irlanda. Qui vi era un castello, nel quale furono torturate e assassinate centinaia di streghe. Accanto ad esso era presente un mulino, che fu acquistato da un appassionato di stregoneria e di magia, il dottor Gardner, che decise di aprire un museo dedicato interamente alle streghe. Raccolse dunque diversi cimeli in tutto il mondo, tra cui arnesi di tortura, libri magici, oggetti di culto delle congreghe, amuleti, ossa, unguenti, erbe, scope, pietre e documenti dell’Inquisizione. In seguito a minacce di incendi, il museo fu spostato a Boscastle, dov’è situato ancora oggi. La sorte tuttavia ha voluto che anche qui subisse una tremenda alluvione, che riportò ingenti danni al materiale conservato nella struttura. Fortunatamente uscirono indenni dalla catastrofe tutti i volumi contenuti nella biblioteca del piano superiore, contenente libri di stregoneria di inestimabile valore. 
Il museo annovera tra i suoi reperti ben tremila libri, numerose bambole per i riti woodoo, tazzine per la divinazione con le foglie di té, una raccolta di radici di mandragola, pozioni ed erbe varie per scopi medicamentosi.



Per saperne di più potete visitare il sito ufficiale del museo: http://www.museumofwitchcraft.com/index.php

Fonti:
http://www.mostremusei.com/3654/mostre-in-inghilterra-museo-della-stregoneria-a-bostcastle.html
Fronde dell’Antico Noce – Laura Marianna Vatta e Ottavio Adriano Spinelli

Il Calderone # 8: Triora, il paese delle streghe (parte 2)

Buona domenica a tutti e bentornati qui per un nuovissimo, intrigante appuntamento con la rubrica ormai mensile dedicata al mistero ^^
Come promesso, torno a parlarvi delle leggende che circondano il paese delle streghe, questa volta concentrandomi di più sui luoghi che esse frequentavano e che ancora oggi sembrano essere colmi di magia e mistero. 
Siete pronti? Il coperchio è quasi aperto, vediamo cosa bolle in pentola…

Come già dicevo nel post precedente, le streghe di Triora erano solite riunirsi alla Cabotina, fuori dalle mura della città. In questo luogo vi è un vecchio casolare dall’aspetto tetro e dismesso, da sempre creduto dimora delle streghe. Nelle notti invernali, quando la nebbia circonda la zona, non si può fare a meno di sentirsi rabbrividire dalla spettralità del luogo.

Altro posto attribuito alle streghe di Triora sono le cascate del Lagodegnu, davanti alle quali ancora oggi i passanti si fanno il segno della croce. 
Le streghe non sono morte, sopravvivono nei gesti e nelle abitudini quotidiane, tra i muri, nelle foreste e presso le sorgenti della magica Valle Argentina, questo ve lo posso assicurare, dato che ci sono stata di persona. 
La Cabotina:
Un tempo, era la zona più povera di Triora, situata fuori dalle mura della città. In questo luogo si credeva che le streghe svolgessero i loro convegni notturni e che giocassero a palla con i neonati, tirandoseli di mano in mano tra gli alberi di noce e di castagno in seguito tagliati. A quei tempi, tutti parlavano con un certo timore della Cabotina, località più malfamata del paese. 
A dispetto di ciò, oggi la Cabotina è un luogo rinomato e frequentatissimo dai turisti e dai curiosi o semplicemente da chi cerca una viva testimonianza dei tempi che furono.  Oggi di questo luogo si sa che era la parte più povera del paese, dove probabilmente vivevano persone al limite della sopravvivenza, certamente emarginate dalla società e dalla vita pubblica. Risulta dunque essere possibile che fosse la dimora di quelle stesse donne che finirono nell’occhio del ciclone durante gli anni dei processi di stregoneria. Queste donne erano spesso sole, a volte povere prostitute, altre volte semplicemente contadine ed esperte conoscitrici dei ritmi della natura.
La Cabotina si caratterizza per la conformazione estremamente scoscesa, essendo posta in posizione dominante la vallata e i centri abitati di Molini di Triora, Corte e Andagna, nonché perfettamente esposta in direzione del passo della Mezzaluna e della Ciotta di San Lorenzo, antico luogo di culto.
La tradizione vuole che proprio dai terreni verticali della Cabotina – gli stessi terreni un tempo costellati di piante di noce oggi purtroppo scomparse – le streghe prendessero il volo.
 
Il luogo è ancora oggi circondato da una fitta boscaglia a strapiombo percorribile grazie a un sentiero, lo stesso che una volta le streghe percorrevano per raggiungere la Cabotina.
Il Lagodegnu:
L’acqua, intesa come sorgente, fiume, fontana, lago, a detta delle leggende locali, parrebbe essere uno degli elementi che accomuna la maggior parte dei luoghi frequentati dalle streghe. La presenza dell’acqua può essere indizio che tali località fossero luogo di culto prima del cristianesimo e quindi che fossero conosciute fin dalle epoche più remote. L’acqua, elemento necessario alla vita dell’individuo, ma anche dell’intera comunità, è da sempre fondamentale per la sopravvivenza della vita e intorno ad essa sono nati culti e religioni, pagani prima e cristiani poi. La profondità invece che si riscontra in questi luoghi ha una doppia chiave di lettura: può essere intesa come strapiombo dal quale librarsi in volo sul manico di scopa per salire verso l’alto, ma anche, a seconda delle credenze, come luogo buio e profondo nel quale precipitare e quindi scendere, luogo che sconfina nel mondo sotterraneo, che l’immaginario collettivo popola di presenze maligne o sconosciute. Spesso però questi luoghi non sono scelti per una semplice questione estetica, ma perché già sedi di antichi culti.
Lagodegnu, località di rara e suggestiva bellezza, è considerata da tempo immemorabile ritrovo di streghe. Si trova a un’ora di distanza da Triora e anticamente era considerato come un luogo spaventoso, prediletto dalle bagiue (le streghe, nel dialetto ligure) per celebrare un grande sabba presieduto dal demonio. La leggenda vuole che a Lagodegnu compaia il diavolo in persona e che periodicamente, forse alla Candelora e alla vigilia di Ognissanti, le streghe si radunassero per rendergli omaggio con un colossale sabba. Una fitta vegetazione di rovi e vitalbe si intreccia tra gli alberi intercettando la luce del sole. Il lago, turbolento, mosso da vortici, spesso velato di
vapori, pare una caldaia infernale in ebollizione e anche gli animali pare ne stiano lontani. Lagodégnu rappresenta un luogo particolare per la sua stessa conformazione ed è probabilmente un crocevia di energie invisibili sviluppate dalla presenza dei corsi d’acqua che vi sfociano.

Con questo, concludo questa seconda parte, ma non temete! Triora sarà protagonista anche del prossimo post del Calderone ^^ Sì, non è finita qui, cari lettori: la prossima volta faremo un giro nei luoghi esoterici che circondano il paese delle streghe! Adesso devo lasciarvi, prendo la mia scopa e volo alla ricerca di informazioni utili per la prossima puntata, 
a presto!

Fonti:


– “I Segreti di Triora – il potere del luogo, le streghe e l’ombra del boia”, Maria Antonietta Breda, Ippolito Edmondo Ferrario, Gianluca Padovan, Mursia ed. (480 pp., 24 euro)

Il Calderone # 7: Triora, il paese delle streghe

Buona Domenica, miei cari lettori, e bentornati sul blog!
Il Calderone riapre il coperchio e io ne sono felicissima ^^ Come ho detto quelche post fa, il risultato del sondaggio è stato molto positivo, vi invito però a dirmi cosa dovrebbe cambiare secondo voi di questa rubrica, cosicchè possa soddisfarvi al meglio. Come ho già spiegato, ho deciso di cambiare il giorno di pubblicazione della rubrica e la sua cadenza, che non sarà più settimanale, non avrà cadenza fissa, ma verrà pubblicata possibilmente ogni terza domenica del mese.
Bene, siete pronti allora per vedere cosa bolle in pentola? Sì? E allora… apriamo il coperchio e lasciamoci avvolgere dagli odori e dai sapori di un’epoca lontana, perchè oggi Il Calderone vi porterà a fare un salto nel passato, in un piccolo paesino dell’entroterra ligure. Un paese magico e colmo di mistero dove la magia e la stregoneria sono all’ordine del giorno: Triora!

La storia di questo paese è molto antica: già nel Neolitico nella zona dove oggi sorge il borgo medioevale sono documentati degli insediamenti umani, dei quali ci rimangono alcuni resti. Venne sottomessa all’Impero Romano, poi passò sotto l’autorità dei Conti di Ventimiglia per divenire pochi anni dopo un feudo della repubblica genovese. In molti tentarono di conquistare e sottomettere il borgo, ma esso resistette tenacemente a ogni tentativo di conquista.
Il nome “Triora” deriva dal latino “tria ora” che letteralmente significa ‘tre bocche’, quelle del Cerbero rappresentato nello stemma del paese. Triora divenne famosa alla fine del Cinquecento, quando finì nell’occhio del ciclone a causa del processo alle streghe voluto dall’Inquisizione.
Ancora oggi l’eco di quei giorni rimbomba tra le mura della città, e anche il visitatore meno documentato, aggirandosi tra le viuzze strette e tortuose, ne subirebbe il terribile fascino. Ma cosa successe esattamente? Perchè ancora oggi questo borgo medievale continua a far parlare di sè?

Era la fine dell’estate del 1587; erano ormai due anni che la gente non aveva più di che sfamarsi. La carestia devastava il paese e la causa di questa piaga ormai insopportabile non potevano che essere le streghe, donne malefiche che si aggiravano per le vie della città a gettare incantesimi e a fare pozioni durante la notte. Come se non bastasse, alcuni affermavano che fossero anche infanticide.
Con queste accuse si aprì uno dei più atroci processi alle streghe d’Italia. In realtà  oggi si sa per certo che Triora non fu mai colpita da una carestia, visto e considerato che la città inviava parecchi viveri a Genova, tanto da essere nominata “granaio della repubblica”.  L’ipotesi più probabile è quella che i nobili di Triora imposero tasse maggiori sugli alimenti agli abitanti del paese, che si trovarono così a morire di fame, e a fare da capro espiatorio al malcontento crescente erano le streghe, le donne più povere che abitavano fuori dalle mure dalla città.
Nell’ottobre del 1588 dunque il Parlamento locale, con il beneplacito del Consiglio degli Anziani, diede il via al processo e l’autorità ecclesiastica non tardò a intervenire. Vennero confiscate alcune abitazioni private per essere adibite a prigioni; venti donne furono incarcerate, si procedette alla tortura e le accuse estorte durante gli interrogatori portarono in carcere altre donne. La prima vittima dell’Inquisizione fu la sessantenne Isotta Stella, morta agonizzante dopo le torture, seguita da una seconda donna che cadde nel tentativo di calarsi giù da una delle finestre della sua prigione. Nel popolo cominciò a serpeggiare un certo malumore, poichè il tanto invocato intervento delle autorità iniziava a spaventare per la sua ferocia. Infatti, non furono solo le povere contadine ad essere incarcerate: tra le presunte streghe c’erano anche delle nobildonne. La situazione stava pian piano degenerando, e gli Anziani decisero di chiedere che il processo venisse sospeso poiché non garantiva più alcun tipo di giustizia. Nella loro lettera al Doge di Genova scrissero come la stessa Isotta morì sotto tortura, dopo aver confessato disperatamente di essere una strega. I suoi torturatori sostenevano che la donna, aiutata dalle sue arti magiche, sopportava il supplizio arrivando addirittura ad addormentarsi. 
In seguito alle lamentele, gli inquisitori partirono da Triora, ma lasciarono le accusate in carcere. Il governo genovese si accorse che quelle donne rischiavano di rimanere in prigione per molto tempo, lasciando la questione in sospeso. Nei primi giorni di maggio giunse a Triora l’Inquisitore Capo per visitare le donne in carcere e accertarsi della situazione. Tutte, eccetto una, negarono quanto avevano ammesso prima. Rimasero tutte in carcere, eccetto una ragazzina di 13 anni che venne lasciata libera. Il processo si protrasse per altri mesi, finchè giunse a Triora un commissario speciale, Scrivani, inviato da Genova. Il commissario intendeva sradicare il morbo malefico insediatosi in paese e che sembrava coinvolgere gran parte dei suoi abitanti; inviò così tredici donne e un uomo nel carcere di Genova, accusati di stregoneria. Aprì nuovi casi intorno alla zona di Triora, mandando al rogo donne innocenti, dopo averle sottoposte a tremende torture.  
Lo Scribani dunque disilluse le aspettative generali, portando nel paese una nuova ventata di terrore. Le accuse che egli mossee alle donne furono sempre sostanzialmente tre: reato contro Dio, commercio con il demonio, omicidio di donne e bambini. Venuto a conoscenza dell’operato dello Scrivani, il Doge di Genova gli raccomandò di occuparsi solo della giustizia, tralasciando le accuse che erano di materia dell’Inquisizione. Gli raccomandò inoltre moderazione nell’agire. Allo Scribani non rimase che rifare i processi, arrivando alla condanna a morte di quattro streghe nei dintorni di Triora. Avvenne così il trasporto a Genova delle cinque accusate, che partirono dal borgo nell’ottobre del 1588. Viaggiarono per mare e una volta arrivate a Genova vennero messe nelle carceri. Queste si andarono ad aggiungere alle prime tredici già incarcerate e lì trasportate. Delle prime tredici non si conosce la sorte e c’è la possibilità che alcune fossero state rimandate già a Triora  perchè ritenute innocenti.
Nell’aprile 1589 si inccominciò a intravedere la luce: alcuni cardinali fecero giungere l’ordine di chiusura dei processi e in poco tempo l’Inquisizione si ritirò.
Ma che fine fecero le donne ancora incarcerate? Vennero lasciate libere o rimasero in prigione fino alla fine dei loro giorni? Nessuno lo sa, perchè da quel momento in poi mancano documenti ufficiali che possano fare luce sulla loro sorte. Alcuni sostengono che furono lasciate libere e la prova di questa affermazione sarebbe leggibile nei registri parrocchiali di un paese non lontano da Triora, dove, dal 1600 in poi, compare il cognome Bazoro o Bazura, che richiama inequivocabilmente la parola “bagiùa”, espressione dialettale con cui venivano chiamate le streghe a Triora.
Queste donne altro non erano che abili levatrici, esperte conoscitrici delle erbe e delle tecniche di guarigione e per queste loro inaccettabili conoscenze vennero crudelmente accusate di stregoneria e di stringere patti con il diavolo. Si narra che erano solite riunirsi al calar delle tenebre nella Cabotina, fuori dalle mura dell’abitato e al limitare di una foresta a strapiombo, un luogo arcano e pericoloso, nel quale compivano i loro malefici.
Ma visto che ci sarebbe ancora tanto da dire, cosa ne dite se per non annoiarvi e non rivelarvi troppo vi do appuntamento al prossimo mese per parlare dei luoghi in cui le streghe di Triora si riunivano? Sono gli stessi luoghi che ancora oggi la gente frequenta e visita, sentendo aleggiare nell’aria l’eco di quei giorni ormai lontani e ascoltando i sussurri del vento, che trasporta ancora l’antica storia di quelle donne e di questo borgo magico e misterioso.

Il Calderone # 5: "Re Artù e l’isola di Avalon: tra realtà e leggenda"

Benvenuti a tutti!

Ammetto che inizialmente non volevo trattare di misteri e leggende per così dire ‘classici’, ma alla fine mi sono lasciata trascinare da questo personaggio leggendario che mi ha sempre incuriosita.

Torniamo dunque indietro nel tempo: siamo nel IV secolo d.C. L’impero romano è in declino e nella Bretagna di allora gli Angli e i Sassoni scacciano i Bretoni oltre la manica. Artù, o Arthur, era un re gallico, nonchè valoroso guerriero, forse esistito realmente nel V secolo.  
A questo punto però mi tocca già fare una precisazione: nelle prime cronache latine egli viene rappresentato come un capo militare, il Dux Bellorum appunto. E’ solo negli ultimi romanzi cavallereschi che viene considerato come un Re e un Imperatore. In una società come quella antica l’unico modo per tramandare le sorie e le gesta degli eroi era quello di raccontarle oralmente. L’onorevole compito spettava a bardi e menestrelli, che cantavano con passione le canzoni delle imprese eroiche di alcuni personaggi, tra cui anche Artù. Man mano che gli anni aumentavano, anche le notizie che riguardavano questi eroi si arricchivano di particolari sempre nuovi, ma questo non significa che rispecchiasso la realtà dei fatti. Stessa sorte sarà capatita al leggendario Artù, che da capo militare divenne Re. 
Il dibattito sulla figura storica di questo personaggio iniziò nel Rinascimento, quando la dinastia Tudor rivendicò una diretta discendenza da Artù, e ad oggi non ha ancora trovato una soluzione definitiva.
Purtroppo dell’Artù storico – se mai è esistito – si conosce ben poco. Lo stesso nome Arthur non fornisce nessuna indicazione sulla sua origine. Potrebbe derivare dal latino Artorius (ovvero un rappresentante locale dell’Impero Romano), dal gaelico Arth Gwyr (“Uomo Orso”) oppure da un dio del pantheon celtico, forse il simbolo della terra stessa (Art = roccia da cui l’inglese Earth). Negli scritti dell’epoca troviamo alcuni nomi di personaggi che possono avvicinarsi alla figura di Artù che conosciamo oggi:
  • il principe britanno Arturius, figlio di Aedàn mac Gabrain, re di Dalriada: citato dall’agiografo Adomnan da Iona nell’VIII secolo
  • il dux bellorum Arturius, comandante dei britanni durante la battaglia contro i Sassoni al Mons Badonis (forse Bath): citato dallo storico Nennio nell’ “Historia brittonum” del IX secolo
  • gli “Annales Cambriae” redatti nel X secolo descrivono la sua morte e quella del traditore Medraut (che la leggenda chiama Mordred) nella battaglia di Camlann in una data non definita.
Artù diventa protagonista delle narrazioni gallesi intorno al 600 d. C., dunque nel VII secolo. Nell’XI secolo era considerato dagli inglesi un eroe nazionale e le sue imprese – diffuse appunto dai bardi – erano note non solo in Gran Bretagna, in Irlanda e nel nord della Francia, ma anche nella lontana Italia. Ma l’Artù celtico e britannico era un personaggio che i romani avrebbero definito come un barbaro. 
Fu l’inglese Geoffrey de Monmouth a dare il via al processo che avrebbe trasformato Re Artù da monarca barbaro a simbolo messianico di Re-Sacerdote. Tra il 1130 e il 1150 Geoffrey tracciò una precisa e fantasiosa genealogia del sovrano, recuperando e reinterpretando la leggenda in chiave cristiana. Egli pose le basi del ciclo arturiano, battezzando la mitica isola di Avalon, il sepolcro in cui Artù sarebbe risorto quando l’Inghilterra avrebbe avuto ancora bisogno di lui. Ma fin dove arriva la realtà e dove inizia la leggenda?
Gran parte della vita di Artù redatta da Geoffrey de Monmouth è un’invenzione dello scrittore, e una buona parte proviene da materiale tradizionale di origine incerta. Egli ci racconta che re Artù era figlio di Uther Pendragon e di Igraine. Sarebbe nato nel castello di Tintagel intorno al 460 d.C. e sarebbe morto sul campo di battaglia di Camlann nel 537 d.C., ucciso dal figlio di Mordred e Morgana, sorellastra dello stesso Artù. Intorno alla storia di quest’ultimo gravitano personaggi più o meno fantasiosi la cui realtà storica oggi non è più rintracciabile in alcun modo poichè deformata dalla leggenda. Tuttavia i luoghi in cui visse Artù possono essere riconosciuti in alcuni siti tutt’ora esistenti. 
Ancora oggi esistono rovine di un castello a Tintagel, su un promontorio della costa della Cornovaglia, sotto il quale esistono effettivamente resti di età tardoromana. Il periodo di fioritura di Tintagel è coerente con la cronologia tradizionale della saga. 
Nessuna targa con il nome di Camelot è stata ritrovata sulla collina di South Cadbury, nel Somerset, dove la tradizione vuole che Artù avesse la sua reggia. Anche qui tuttavia gli scavi hanno riservato sorprese: i resti di un grande edificio costruito tra il 460 e il 500 d.C., in piena età arturiana dunque, dove era utilizzato lo stesso vasellame di Tintagel. South Cadbury era un complesso importante, un quartier generale fortificato in grado di ospitare un re con il suo esercito. 

La tradizione poi identifica Glastonbury con la leggendaria Avalon, dove Artù sarebbe stato sepolto. Tuttavia Avalon era un’isola circondata dal mare, contrariamente a Glastonbury.  
Ebbene, oggi abbiamo la certezza che Glastonbury nell’Alto Medioevo era circondata dalle acque di una vasta palude, dalla quale emergeva come un’isola. Secondo le leggende locali a Glastonbury si spalancava la porta (“Tor”) degli inferi o al regno sotterraneo delle fate. Secondo alcune teorie la parola Avalon è una translitterazione inglese del termine celtico “Annwyn”, il regno delle Fate, o Neverworld. Geoffrey de Monmouth ha dato al nome il significato di “Isola delle Mele”, cosa molto probabile visto che in Bretone il termine per “mela” è proprio Aval. Inoltre la tradizione vuole che in ogni luogo in cui vi sia un albero di mele vi abitino le Fate e a Glastonbury questi alberi non mancano di certo. Qui inoltre vi sono oggi i resti di un’abbazia che sarebbe stata costruita a sua volta sopra i ruderi di un’antica chiesa voluta da Giuseppe d’Arimatea, colui che avvolse il corpo di Gesù con un lenzuolo e lo depose nel sepolcro.  
Durante i lavori di costruzione dell’abbazia, i cui resti sono tutt’oggi visibili, fu ritrovata una croce tombale di piombo con sopra la scritta “Hic iacet inclitus Rex Arturius in insula Avalonia” (Qui nell’isola Avalonia è sepolto il famoso Re Artù) insieme alla tomba con i resti di un uomo, alto due metri e quaranta centimetri, e una donna, identificati con Artù e Ginevra. Tuttavia questa testimonianza è assai dubbia in quanto i resti ritrovati potrebbero appartenere a chiunque, inoltre la croce pare essere un falso.

Come potete vedere, la leggenda di Re Artù è destinata a rimanere senza risposta. Quel che è certo però è che, se mai fu esisitito, egli era molto diverso da come noi lo immaginiamo oggi. 

Fonti:
http://www.mitiemisteri.it/leggende/leggende_di_re_artu.html
http://mariapaolavannucchi.xoom.it/la_%20leggenda_di_re_artu.htm 
http://sognodisangue.forumcommunity.net/?t=6579364 


Vi do appuntamento, come sempre, a venerdì 7 ottobre con Il Calderone # 6. Buon weekend a tutti!

Il Calderone #4 : "Il manoscritto di Voynich"

Salve a tutti! Siamo arrivati al quarto appuntamento con questa rubrica. Oggi vorrei parlarvi di un misterioso manoscritto della cui esistenza sono venuta a conoscenza solo pochi giorni fa. Il libro in questione è il Manoscritto di Voynich, che trae il suo nome da un antiquario russo, il quale lo acquistò per il suo negozio londinese dai gesuiti del collegio di Villa Mondragone, a Frascati nel 1912. E’ universalmente noto come il manoscritto più misterioso del mondo, poichè tutt’oggi è l’unico libro scritto nel XV secolo che non sia stato ancora decifrato. Esso contiene immagini di piante mai viste ed è scritto in una lingua che non appartiene ad alcun sistema alfabetico/linguistico riconosciuto. 


Il volume è scritto su pergamena di vitellino ed è di dimensioni piuttosto ridotte (16 centimetri di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore). Attualmente ha 204 pagine, anche se in origine dovevano essercene 28 in più, andate perdute. Le illustrazioni presenti nel manoscritto ritraggono i soggetti più svariati: piante, fiori, strane costellazioni, diagrammi, ampolle, donne nude immerse in strane vasche contenenti un liquido scuro. Del manoscritto non esistono copie ed è conservato attualmente nell’Università di Yale, negli Stati Uniti. Fino agli inizi di quest’anno si era ipotizzato che questo testo fosse stato creato ad arte come falso nel XVI per perpetrare una truffa ai danni di Rodolfo II. Voynich aveva ritrovato all’interno del manoscritto una lettera di un certo Johannes Marcus Marci, scritta nel 1665. Quat’ultimo aveva scritto la lettera a un suo amico di Roma al quale aveva inviato il manoscritto affinchè lo decifrasse. Marci affermava di aver ereditato il manoscritto medievale da un suo amico alchimista e che il suo precedente proprietario, l’imperatore Rodolfo II lo aveva acquistato credendolo un’opera di Ruggero Bacone, meglio noto con il nome di Doctor Mirabils, scienziato, filosofo, alchimista e teologo inglese. 
A confutare questa teoria è stata la datazione ottenuta tramite la tecnica del Carbonio-14. L’esame ha verificato che le pergamene che costituiscono il manoscritto risalirebbero ad un periodo compreso tra il 1404 e il 1438.
Una delle piante raffigurate è quasi identica al comune girasole giunto in Europa all’indomani della scoperta dell’America e quindi successivamente al 1492; come poteva l’autore conoscere tale pianta se il libro sarebbe stato scritto in anni precedenti? 
In molti si sono cimentati nella decifrazione del registro linguistico, senza ottenere grandi risultati, fino all’11 novembre 2009, quando un informatico americano ha rivelato di essere finalmente riuscito nell’impresa che ha arrovellato gli studiosi per ben 500 anni. Secondo lui (il signore in questione si chiama Richard Roger) il manoscritto sarebbe il primo testo di calcolo della storia. Si tratterebbe dunque di numeri anzichè di lettere, a differenza di quanto si era creduto fino a quel momento, e più in particolare di algebra simbolica. Il manoscritto conterrebbe a suo parere un messaggio segreto nascosto nelle figure. Alla base del foglio da lui analizzato, ovvero il primo, era rappresentata una griglia 8×8, esattamente come quella della scacchiera, un simbolo massonico.  All’interno di questa griglia sono rappresentate delle lettere e dei numeri, dunque Roger ha supposto che fosse un sistema per spiegare come muoversi sulla scacchiera per leggere e scoprire i messaggi segreti, le immagini e i simboli. La prima pagina contiene le istruzioni per decifrare l’intero manoscritto. Roger ha concluso che il testo fu redatto in Italia dalla famiglia Longhi nel 1578, prendendo come riferimento l’anno di costruzione di villa Mondragone a Frascati dove il libro era conservato dai gesuiti. Roger sostiene che proprio il giardino della villa sia la chiave; la griglia rappresentata nel giardino si integra infatti con il primo foglio del manoscritto, il quale conterrebbe importanti segreti commerciali nascosti alla chiesa. Tuttavia Roger non ha ancora terminato la sua ricerca, chissà che nei prossimi anni non si sappia qualcosa di più preciso al riguardo.
Detto questo, vi do appuntamento come sempre al prossimo venerdì, 30 settembre 2011, con Il Calderone #5! Buon fine settimana a tutti!